Addio Aznavour, l’ultimo chansonnier prestato al cinema. Da Truffaut a Egoyan

È morto lunedì primo ottobre  a 94 anni Charles Aznavour, monumento della canzone francese nel mondo. Scoperto giovanissimo da Edith Piaf ha conosciuto il successo internazionale nel dopoguerra (Sur ma vie è il brano che l’ha consacrato). E da quel momento il suo volto così particolare non è sfuggito al cinema. È stato un grande attore, sul set dei più grandi registi, da Truffaut  a Chabrol …

“I fantasmi del cappellaio” di Claude Chabrol

Da Truffaut a Chabrol, da Elio Petri a Atom Egoyan. Charles Aznavour non è stato solo lo chansonnier monumento della musica francese ma anche un grande, grandissimo attore. A piangerlo oggi, all’indomani della sua scomparsa avvenuta il primo ottobre ad Alpilles, nel Sud della Francia, a 94 anni, è infatti anche il mondo del cinema.

Nato a Parigi nel 1924 da padre e madre armeni, sfuggiti al genocidio perpetrato dai turchi, Chahnourh Varinga Aznavourian (il suo vero nome) eredita fin da bambino la passione del canto dai genitori, nonostante dei problmi alle corde vocali. La sua scoperta, però, la deve a Edith Piaf  per la quale cominciò a fare l’autista e poi a scrivere brani. Mentre la consacrazione arrivò nel ’56 all’Olympia di Parigi con la canzone Sur ma vie. Da lì in poi Aznavour ha collezionato 1.200 canzoni, 294 album, 300 milioni di dischi venduti nel mondo e 80 film.

Dopo gli studi di recitazione all’accademia e la comparsa nei panni di cantante, il vero primo ruolo che lo mette in luce è ne La fossa dei disperati (1959), folle film di Georges Franju – molto amato da Godard – in cui il giovane Charles veste i panni di  un giovane epilettico rinchiuso in manicomio.

L’anno successivo è ancora più importante con una doppietta di titoli niente male: l’intellettualissimo, Il testamento di Orfeo di Jean Cocteau, dove recita al fianco di Dominguín e Picasso e poi, il più celebre,  Tirate sul pianista di François Truffaut, dal giallo dell scrittore americano David Goodis, dove nei panni del pianista Charlie Kohler, che suona in un locale sotto mentite spoglie, Aznavour è bravissimo in una performance piena di sfumature. Dello stesso anno è pure Il passsaggio del Reno, retorico film di André Cayatte (eppure soffiò il Leone d’oro a Rocco e i suoi fratelli) il cui lo chansonnier è un pasticciere deportato in Germania.

Seguono una serie di ruoli brillanti, anche per registi italiani, come Elio Petri per cui interpreta Alta infedeltà, episodio del film collettivo Peccato nel pomeriggio, divertita satira del cinema di Antonioni. Molti anche i titoli più commerciali, Candy e il suo pazzo mondo, Le vergini, L’ultima rapina a Parigi.

Dai Settanta Aznavour è meno presente al cinema ma dove compare è per ruoli che lasciano il segno. Come il giocattolaio ebreo nel Tamburo di latta, capolavoro di Volker Schlöndorff, da Gunther Grass, o il sarto armeno nei Fantasmi del cappellaio di Claude Chabrol, da Georges Simenon. Fino al ruolo da protagonista regalatogli da Atom Egoyan (2002) in Ararat, sul genocidio del suo popolo che lo riguardava da vicino.

In seguito Aznavour ha continuato a recitare in film e serie tv francesi spesso inediti da noi, come il televisivo Père Goriot, celebre personaggio letterario di Balzac. Le sue canzoni del resto sono presenti in molti film, come la celebre Quel che non si fa più che Stanley Kubrick ha voluto nel suo Eyes Wide Shut.