Storia, guerre e colonialismo per guardare al presente grazie agli archivi. Torna a Roma UnArchive Found Footage Fest

Dal 26 al 31 maggio Roma ospita la quarta edizione di UnArchive Found Footage Fest, il festival dedicato al riuso creativo delle immagini d’archivio, organizzato dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS e diretto da Marco Bertozzi e Alina Marazzi. Il cuore del festival come di consueto sarà il quartiere Trastevere, con una rete di spazi che comprende il Cinema Intrastevere, il Live Alcazar, la Casa Internazionale delle Donne, l’Orto Botanico, la libreria Zalib, la Chiesa di Santa Dorotea e lo studio Casa Borelli.

L’edizione si apre però con una nota di allarme: il presidente dell’AAMOD Vincenzo Vita avverte che, senza una revisione della politica dei tagli questa potrebbe essere l’ultima edizione del festival. Un segnale preoccupante per una manifestazione che si è affermata come punto di riferimento europeo per il cinema di found footage.

Nove lungometraggi e undici cortometraggi si contendono tre premi: l’UnArchive Award (€3.000), il Best Feature Film Award e il Best Short Film Award (€1.500 ciascuno). La giuria è composta dai registi Adele Tulli e Pietro Marcello e dal direttore della programmazione della Cinémathèque québécoise Guillaume Lafleur. Una giuria studentesca, guidata dalla regista Antonietta De Lillo, assegnerà tre premi paralleli.

Numerosi film affrontano il peso della storia politica del Novecento attraverso archivi ritrovati o censurati. Para hacer una película solo hace falta un arma di Santiago Sein recupera film studenteschi degli anni ’60 e ’70 all’Università di Córdoba, creduti distrutti dalla dittatura militare argentina. Una sombra oscilante di Celeste Rojas Mugica dialoga con l’archivio fotografico paterno realizzato durante la militanza contro la dittatura cilena. Film di Stato di Roland Sejko racconta l’Albania di Enver Hoxha attraverso le immagini di propaganda del regime. Plan controplan di Radu Jude e Adrian Cioflâncă accosta le immagini di un giornalista americano nella Romania degli anni ’80 a quelle dei servizi segreti che lo pedinano. The Big Chief di Tomasz Wolski innesta atmosfere da spy story nell’archivio per ricostruire una figura misteriosa dell’Europa del Novecento.

Sul fronte della guerra, del conflitto e del colonialismo, Do You Love Me? di Lana Daher è una lettera d’amore a Beirut attraverso settant’anni di immagini. Partition di Diana Allan intreccia archivi dell’occupazione britannica della Palestina alle voci dei rifugiati in Libano. Becoming Opaque di Paula Albuquerque critica il linguaggio visivo coloniale e rivendica la voce per le popolazioni indigene. A Person of the Forest di Miranda Pennell evoca i fantasmi del passato coloniale nelle piantagioni di Sumatra. Sawyer Avenue, Sunday Afternoon di Bill Morrison utilizza riprese di telefonini e bodycam per ricostruire un arresto da parte di agenti ICE a Chicago nell’ottobre 2025.

La memoria familiare e l’autobiografia costituiscono un altro filone ricco. Days of Wonder di Karin Pennanen è un omaggio al mondo nascosto dello zio artista finlandese e al suo archivio dimenticato. D is for Distance di Christopher Petit e Emma Matthews racconta la vita del figlio dei registi, attraversata dall’epilessia, con materiali familiari. Una cosa vicina di Loris G. Nese ricostruisce un passato familiare segnato da violenza e segreti. Dreams for a better past di Albert Kuhn segue le tracce di una storia familiare taciuta, dalla Germania nazista alla Barcellona degli anni ’70. Lloyd Wong, unfinished di Lesley Loksi Chan fa riemergere postumo un film sull’esperienza dell’AIDS, riflettendo sull’eredità delle immagini queer.

Tra i film che si misurano con figure della cultura e dell’arte, e che assumono un sapore quasi letterario o biografico-intellettuale, spicca in particolare Io mi sono conosciuto nel sogno di Filippo Ticozzi, dedicato ai materiali inediti girati dallo scrittore Guido Morselli, alla ricerca del suo pensiero e della sua visione del mondo tra immagini e scrittura. Morselli, uno degli autori più tormentati della letteratura italiana, trova così una forma inedita di presenza cinematografica.

Altrettanto significativo è Je n’avais que le néant – Shoah par Lanzmann di Guillaume Ribot, che ripercorre la lunga e complessa realizzazione di Shoah (1985) di Claude Lanzmann a partire dalle 220 ore di materiali inediti, restituendo il processo creativo di uno dei più grandi documentaristi del Novecento.

Nelle proiezioni speciali, Roberto Rossellini – Più di una vita di Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara e Raffaele Brunetti offre uno sguardo inedito sul grande regista e sulla sua crisi degli anni ’50. La retrospettiva Oggetti smarriti: In cerca di Giuseppe Bertolucci esplora invece il lavoro di riuso del regista, inclusa la ricostruzione de La rabbia di Pasolini e le serie In cerca della poesia e In cerca del sessantotto. L’uomo più bello del mondo di Paolo Baiguera costruisce un dialogo tra intelligenza artificiale e voce umana per raccontare lo zio del regista, morto di AIDS ed eroina nell’Italia degli anni ’80.

Sul versante della storia italiana e della memoria collettiva, Sguardi in camera di Francesco Corsi e Paolo Simoni ripercorre la storia del paese attraverso filmati amatoriali. Fallen Houses di Gianluca Abbate parte dal terremoto dell’Irpinia per una riflessione sulla perdita della casa e della memoria. Marche Commune di Sylvain L’Espérance è un film-collage che attraversa oltre cento anni di cinema mondiale. I Fratelli Segreto di Federico Ferrone e Michele Manzolini racconta l’epopea degli emigrati italiani in Brasile tra fine ‘800 e inizio ‘900.

Il festival dedica una sezione specifica, Riusi Generativi, al rapporto tra archivi e intelligenza artificiale, con opere come Ekbatana di Simon Dickel e Werner Müller, che usa l’AI per generare associazioni inattese a partire da Super8 della Berlino Ovest degli anni ’80, e Lily, Lily, Lily di Mounir Derbal, in cui un software industriale ricostruisce memorie artificiali mescolando archivio e finzione.

Grande novità di questa edizione è UnArchive Forum, che si terrà all’Orto Botanico dal 27 al 29 maggio: un evento internazionale che riunisce l’intera filiera professionale del riuso d’archivio, con la storica compresenza delle quattro grandi cineteche romane — Archivio Luce, Cineteca Nazionale, Teche Rai e AAMOD. Il Forum include pitch di progetti in sviluppo e la presentazione di archivi internazionali disponibili per il riuso artistico.

Sul fronte delle masterclass, la regista francese Cécile Fontaine, pioniera del cinema di riuso dagli anni ’80, è la protagonista della carte blanche curata dal filosofo e storico dell’arte Philippe-Alain Michaud del Centre Pompidou di Parigi. Il regista Pietro Marcello terrà invece una masterclass in collaborazione con l’Università IULM di Roma.

 

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