Un seme contro il nucleare. A 40 anni da Cernobyl “La “Foresta Rossa” illumina il Bellini di Catania

Applauditissimo debutto al Teatro Massimo Bellini di Catania di “Foresta Rossa”, opera multimediale di Alessandra Pescetta in cui letteratura, cinema, musica  e teatro, si fondono in una potente preghiera laica che, a 40 anni dal disastro nucleare di Cernobyl, ci ricorda di quella natura e madre che l’uomo continua a calpestare. E lo fa dando la parola proprio a quei pini, quella foresta che circondava la centrale e che ora con difficoltà sta tornando alla vita, ma senza l’uomo. Un oratorio, un grido d’allarme soprattutto. Magnifici sul palco Giovanni Calcagno, Lisa Gerrard, Lorenzo Esposito Fornasari, Aleksandra Syrkasheva, accompagnati dall’orchestra dello stesso teatro diretta da un grande Gianluca Marcianò …

“Semi siamo stati attorcigliati nella ruggine del vento”. Sulle pianure oscure delle battaglie durante la Seconda guerra mondiale, tra l’orrore dei lager nazisti. “Semi siamo stati e abbiamo dormito”. Dice ritmato e raggelante Giovanni Calcagno, voce narrante e determinante sul palco del teatro Massimo Bellini di Catania. “Semi siamo stati, abbiamo dormito ma già come alberi abbiamo lottato per farci vita”. Fino a quel tragico 26 aprile 1986, quando il reattore numero 4 della centrale nucleare di Cernobyl esplode.

A quarant’anni da quella tragedia Foresta Rossa, imponente opera multimediale di Alessandra Pescetta (presentata in due spettacoli a Catania il 13 e 14 febbraio) ci immerge, testa, anima e cuore in quello che è stato il disastro nucleare più devastante, le cui ripercussioni in termini di morte e distruzione ambientale sono ancora visibili.

E lo fa dando voce alla natura. Così come in quel testo poetico, in sedici quadri, in libreria per Exorma ad aprile, da cui è nata l’idea. Corredata attraverso ricerche, studi, approfondimenti perché l’atomica e i suoi effetti devastanti sono al cuore della poetica di Alessandra Pescetta da sempre. La città senza notte, sua prima opera di finzione del 2018 è dal disastro di Fukushima che prende le mosse, unendosi ancora una volta ad un testo letterario, La pace di chi ha sete e sta per bere, della scrittrice milanese Francesca Scotti.

La natura parla ne La Foresta Rossa, parla in prima persona, raccontando la memoria di quelle terre, le troppe guerre vissute e quelle in corso e, soprattutto, quella sua incredibile capacità di resistere all’uomo che distrugge e fagocita. Anche all’atomica. A quarant’anni dal disastro nucleare proprio in quella foresta diventata rossa per le radiazioni stanno ricomparendo cavalli, volpi, piante, vegetazione. Nulla è uguale a prima, la natura si è adattata ma trasformata. Mentre la presenza dell’uomo è sottoposta a rigide restrizioni.

La natura si racconta in Foresta Rossa, attraverso i suoni da sciamana di Lisa Gerrard, leggendaria voce dei Dead Can Dance, incoronata ai Golden Globe (per la colonna sonotra de Il gladiatore); attraverso il canto di sperimentatore di Lorenzo Esposito Fornasari (che firma anche le musiche); con la vocalità dolenti dell’ucraina Aleksandra Syrkasheva e tutti, tutti insieme, immersi nella musica dell’imponente orchestra e del coro del Teatro Massimo Bellini di Catania, diretti da un grande Gianluca Marcianò.

La natura si racconta e la vediamo anche. Il cinema è l’altro grande protagonista dell’opera che l’accompagna per tutta la durata (80 minuti). Il cinema rarefatto, acquatico e materico di Alessandra Pescetta, regista, videortista, sperimentatrice di linguaggi che l’hanno portata negli anni in Corea del Sud, Cina, Canada (nel 2021 ha curato l’evento culturale del G20 alle Terme di Diocleziano di Roma) con i suoi lavori in costante dialogo tra le arti, il teatro in particolare che condivide con Giovanni Calcagno (qui anche al coordinamento artistico), compagno di vita e d’arte di cui ricordiamo un magnifico Gilgamesh, con le visioni, appunto, firmate dalla Pescetta.

Riprese live action, fotografie, materiale scientifico (fornito dalla Riserva della Biosfera di Cernobyl) e intelligenza artificiale si fondono in una potente partitura visiva in cui si riconoscono cuore e spirito visionari, inconfondibili marchi di fabbrica dell’artista (qui accompagnata dai suoi studenti della LABA di Brescia). A portarci nelle profondità terrestri sono le trecce di una natura madre che si fanno radici, che percorrono territori in guerra, tra alberti bruciati, animali messi in fuga. Dove l’atomica, celebrata con quella cattedrale di cemento che vediamo nascere in mezzo al bosco, è simbolo stesso del potere e della sua indifferenza. Scorrono sommersi dall’acqua i corpi dei soldati morti in guerra, e sembra di rivedere quelli del precedente e premiatissimo L’ombra della sposa. Scorrono nell’acqua i volti degli operai sorpresi dallo scoppio fatale dell’atomica. Immagini subacque, terrestri, aeree. È la natura stessa che ci si rivolge, quasi a chiederci: quanto potrò durare ancora?

Foresta Rossa è una preghiera laica, un oratorio, un grido dall’arme soprattutto. I semi continuano ad essere portati dal vento,  gli alberi ricrescono. “La vita non conosce tregua” ci dice la regista, ma l’immagine finale ci affida una bambina, quasi un piccolo seme immerso nella natura, con un fucile in mano. Metterci in guardia e suonare il campanello d’emergenza è compito degli artisti. Alessandra Pescetta l’ha fatto.

 


Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.


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