“Aspettando i naufraghi”, un romanzo alla fine del mondo. Tra Robbe-Grillet e Don Siegel

Felici esordi letterari. Orso Tosco con “Aspettando i naufraghi” (minimum fax), firma un romanzo situato alla fine del mondo (in senso esistenziale) bello e inquietante. Non appartiene a nessun genere anche se allude a molti elementi che fanno parte del nostro immaginario. Lo stile ricorda certi romanzi di Alain Robbe-Grillet e i Naufraghi assomigliano ai “baccelloni” di Don Siegel …

 

C’è un luogo dove si ripete una canzone per poterla dimenticare, c’è un tempo in cui si guarda intensamente un volto per scordarlo. C’è un romanzo situato alla fine del mondo (non in senso geografico ma in quello esistenziale) dove tutto è orribile e annuncia la morte, ma dove i personaggi si muovono come in trance. Qui il terrore – che è la molla di tutte le azioni – è talmente grande da non ricordare neppure più la paura, le fughe sono solo un breve rinvio dell’attesa di una fine inevitabile. Qui i sentimenti sono sostanzialmente scomparsi. Sì ne resta un ricordo ma è troppo lontano, troppo attenuato per muovere sentimenti veri.

Cosa sia realmente accaduto in questo Aspettando i naufraghi (minimum fax, pag. 210, 16 euro) non lo sapremo mai. E in fondo non è così importante (che cosa era accaduto prima dell’inizio di La strada di Cormak Maccarthy? perché il mondo appariva come coperto di cenere? Non sono certo queste le domande fondamentali). I Naufraghi (neppure questo nome è comprensibile, l’unica volta in cui l’autore accenna a una spiegazione sembra alludere più a dei mancati annegati che non ai superstiti di un affondamento) stanno arrivando, la sorte di tutti è segnata e questo non può che lasciare spazio che alla fuga e alla morte.

Il romanzo di Orso Tosco non appartiene ad alcun genere, anche se allude a molti elementi che fanno parte ormai del nostro immaginario. È scritto con uno stile che ricorda certi romanzi di Alain Robbe-Grillet in cui l’esattezza delle descrizioni, la nitidezza degli oggetti, il chiarore gettato sulle azioni compiute dai personaggi non serve a delinearne lo spessore psicologico ma è essa stessa il contenuto unico del libro.

All’epoca il Nouveau roman (parliamo dei primi anni Cinquanta e poi più su per tutti i Sessanta del Novecento) era una sorta di ribellione allo psicologismo dei romanzi che lo avevano preceduto, una contestazione radicale. Eppure leggendo Aspettando i naufraghi non si può fare a meno di immergersi in un clima che conosciamo meglio attraverso il cinema e le serie che non attraverso la letteratura.

I “Naufraghi” assomigliano – per fare un paragone antico – ai “baccelloni” (parola che in italiano non significa praticamente nulla ma che tutti prendemmo per buona) dell’ Invasione degli ultracorpi che è stato un film di Don Siegel, prima di essere citato da Jean-Luc Godard in Alphaville e da Steno in Totò sulla luna (il cinema sa essere sorprendente e spiazzante). Come somigliano ai morti viventi, non quelli di Romero ma quelli di The Walking Dead.

Cosa sono i Naufraghi o gli zombie delle serie tv? Non lo sappiamo: sono come noi, ma non sono noi. Odiano tutti quelli che non sono come loro. Sono come noi potremmo diventare. I fuggitivi di Orso Tosco, scappano senza avere speranza, qualcuno si arrende, altri si uccidono, altri ancora uccidono presi da questo terrore che non si esprime psicologicamente, che è un sentimento primitivo tanto semplice da non dover neppure essere indagato.

Sono una grande marea che sommerge e omogenizza tutto. Perciò, inevitabilmente questa marea finirà per assorbire tutto. E nelle ultime righe di questo inquietante e bel romanzo l’ultimo sopravvissuto finirà per mescolarsi ai Naufraghi senza più capire cosa è diventato: “Poi il linguaggio, condanna o grazia che sia, cessa per sempre. E Massimo inizia a marciare assieme agli altri, sotto un sole che, come lui, non ha più alcun nome. Marcia insieme a una miriade di persone indaffarate a compiere azioni o a smentirle con altre azioni, in uno spazio non più governato dai confini, in un tempo esente dalle misurazioni. Fuori dalla storia”.

Roberto Roscani

Giornalista

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