Cam e le altre. Orgogliosamente “diseducate” contro l’America riparazionista
Passato alla Festa di Roma, “La diseducazione di Cameron Post”, gran bel film della regista newyorkese di origine iraniana Desiree Akhavan. Dal romanzo culto di Emily M. Danforth, un coraggioso atto d’accusa contro l’omofobia e in particolare il barbaro business delle “cliniche diseducative”, dove le teorie riparazioniste impongono l’eterosessualità per statuto a centinaia e centinaia di ragazzi. Proprio come la magnifica protagonista. Da non perdere all’arrivo in sala a fine mese per Teodora …

Lo sguardo attonito di Chloe Grace Moretz perfetta interprete di Cam nel gran bel film La diseducazione di Cameron Post, non sarà certo qualcosa che si dimentica presto.
“Dove m’ate portato?”, così, tanti anni fa, ho sentito dire a un bimbetto romano figlio di una stupenda svedese e di un napoletano, mio cugino, di origini teatrali più che d.o.c, che per impegni improvvisi l’avevano depositato a casa nostra.
Da noi, senza progetti diseducativi di alcun tipo, era rimasto parcheggiato solo un po’, ma lo sguardo stupito, più che impaurito, non era poi così diverso da quello della graziosa adolescente in un baleno traslocata in montagna dalla zia in una sorta di centro religioso di rieducazione, dopo che il suo boy friend la scova dentro un’automobile mentre palpeggia e bacia con trasporto la sua migliore amica.

Secondo lungometraggio della regista newyorkese di origine iraniana Desiree Akhavan, e tratto dal romanzo di Emily M. Danforth (pubblicato in Italia da Rizzoli), il film ha già incamerato il gran premio della giuria del Sundance film festival e, dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma, uscirà nelle sale a fine ottobre distribuito da Teodora film.
Ambientato in Montana, non in età vittoriana o anche anni Cinquanta, ma nel 1993, racconta come certe cosiddette buone intenzioni, specie se supportate da credenze religiose, possano avere conseguenze tremende.
Ospiti di questa sorta di college alpino sono in prevalenza adolescenti targati ASS, sarebbe a dire con tendenze o dipendenze omosessuali. Dunque malati, non sani, per scelta o forse colpa del diavolo, comunque da guarire: grazie a Dio. Questo promette “God’s Promise” dove i cosiddetti guaritori sono un “ex” omosessuale e sua sorella che il suo rodaggio in terapia psicanalitica, l’ha realizzato con successo guidando la redenzione etero dell’ora non più gay fratello.
Diciamo dunque che conduce rigidamente l’impresa lei, la “terapista”(Jennifer Ehle), sequestrando la posta, facendo terapia di gruppo e infilando mollette per domare la chioma di un indio riccioluto portato lì per guarire da un padre politico che non può permettersi di danneggiare la sua immagine e carriera con un figlio omosessuale. E soprattutto ribelle e intelligente, come è a suo modo anche Cam e la loro amica cresciuta liberamente in un campo hippy e sfortunatamente deportata lì dal nuovo compagno della mamma religioso assai.
Al terzetto andrà bene, ma del “collegio terapeutico” fanno anche parte ragazzi molto più fragili su cui i danni di una cura improbabile saranno molto pesanti.
Durante l’adolescenza è già normale essere disgustati da se stessi, non c’è bisogno d’infierire. “Non è un maltrattamento emotivo costringere le persone a odiare se stessi?” Risponde Cam al poliziotto che arriva lì per indagare dopo che un giovanotto è finito in ospedale per aver infierito sui propri genitali con una lametta.
Se non ci fossero scritti anche recenti di psicologi – come il neo-defunto Joseph Nicolosi, promotori di terapie riparative, fatte non solo di chiacchiere, ma anche con mezzi più violenti, per convertire omosessuali di ogni tipo – che hanno avuto non pochi seguaci in tutto il mondo (vietate a Malta ma non ancora in Italia), manterremmo anche noi stampato in faccia lo sguardo attonito e incredulo di Cam.
Invece è proprio così. Dunque è opportuno riflettere su dove possono portare l’omofobia e un distorto uso di religione e psicoanalisi.
In Usa, ma anche nella disinibita, emancipata New York, queste redditizie “cliniche diseducative” ci sono ancora. Sono ben settecentomila in America i giovani che ci sono passati.
E meno male che qualcuno queste cose le racconta non solo nei libri, ma anche al cinema, operazione non facile se non altro per problemi di finanziamenti. Ma Desiree Akhavan, dichiaratamente bisessuale nonostante le origini – in Iran, com’è noto, sono più sbrigativi e i gay senza tentare di cambiare i loro gusti, li condannano a morte – non demorde e con Cecilia Frugiuele, con cui scrive le sue sceneggiature, ha già pronto un serial tv, una commedia dal titolo Bisexual.
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