Mozart nei giardini di piazza Vittorio. E il “flauto” è una favola (pop)

In sala dal 20 giugno (con Paco Cinematografica)”Il flauto magico” dell’orchestra multiculturale di Piazza Vittorio per la regia di Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu. Una rilettura della favola di Mozart ambientata nella piazza romana tra i giardini magici e i palazzi che si fronteggiano. Un’opera audace e molto pop, forte dell’ anima multietnica e di artisti che della loro diversità di cultura e formazione fanno, incontrandosi, ricchezza inedita. Evento speciale alla scorsa Festa di Roma. Qui le sale dove è in programmazione …

Se qualcuno si fosse perso il visionario e ingegnoso Flauto magico curato dagli inglesi Barrie Kosky Paul Barritt e Suzanne Andrade all’Opera di Roma, può rimediare andandose al cinema a divertirsi con quello “nostrano” dell’Orchestra di Piazza Vittorio.

Rilettura non meno fantasmagorica della celebre opera di Mozart, anzi ancora più audace e molto pop. L’OPV lavora, come sempre, a suo modo: ricucendosi su misura testi e musiche. Prende, divora e ricompone in forme originali, avvalendosi della sua anima multietnica e di artisti che della loro diversità di cultura e formazione fanno, incontrandosi, ricchezza inedita.

Il Flauto che viene fuori – per la regia di Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu – è un racconto urbano contemporaneo, una fiaba ambientata a Piazza Vittorio, tra i giardini magici e i palazzi che si fronteggiano. Quello lunare, blu e argento, della Regina della Notte e quello giallo acceso e dorato di Sarastro.

La storia – alla cui riscrittura ha collaborato Fabrizio Bentivoglio, anche protagonista nel ruolo di Sarastro – costeggia da vicino il libretto di Schikaneder, anzi sceglie di entrare nel suo teatro popolare fatto per meravigliare con le sue scene barocche e gli effetti speciali (acquerelli e videoanimazioni di Lino Fiorito). Mentre di Mozart coglie con rispetto le note delle sue arie più famose e le maneggia disinvoltamente in versioni jazzate o brasileire, per chitarra o fischio (Tamino, per dire, è ammutolito dalla visione di Pamina e si esprime, appunto, fischiettando).

Lo spirito è quello, perché anche Amadeus si divertì parecchio a cambiare generi all’interno del Flauto, alternando opera buffa e drammatica, virtuosismi e canti popolari. Così, per quanto “alterata”, e con le aggiunte di musiche originali di Leandro Piccioni, l’opera resta riconoscibilissima.

Un divertissement aggiornato ai nostri tempi, dove Tamino (Ernesto Lopez Maturell) è un bel ragazzo nero che assomiglia a Prince, Pamina (Violetta Zironi) una fanciulla con la chitarra e la voce folk, Papageno (El Hadji Yeri Samb) un mestatore arlecchinesco di amori.

L’ira funesta che separa la Regina della notte (Petra Magoni) – una dark lady servita da tre ragazzacce allegre – da Sarastro, una sorta di mago-sacerdote, assomiglia a quella di una coppia andata a male, che si litiga per l’assegnazione della figlia e la cui riconciliazione verrà permessa a sorpresa proprio da questa.

Nocchiero di questa trama bizzarra e psichedelica è un griot che sembra Aldo Fabrizi in versione afro (irresistibile), mentre anche il Monostato balcanico e villain che insidia Pamina è da antologia della freak-risata.

Finale aperto e a triangolo – senza Papagena per Papageno – con i protagonisti che escono dai giardini magici, tenendosi per mano. Pa-pa-pa e pe-pe- per sfidare insieme le insidie della città.