Uomini, padroni e tonni. Epopea di mare e fatica nel doc di Giovanni Zoppeddu (in sala)

In sala dal 6 aprile (per Istituto Luce Cinecittà), “Diario di Tonnara”, prima regia di Giovanni Zoppeddu dall’omonimo racconto di Ninni Ravazza ( Addictions-Magenes Editoriale). Una piccola epopea di mare e di fatica, di sangue e di santi, tra miti e antropologia. Con spezzoni contemporanei e materiali d’archivio. Ma anche troppa carne al fuoco. Passato alla Festa di Roma 2018 …

Uomini e tonni. Quasi un’epopea, una piccola epopea di mare e di fatica, di sangue e di santi, tra miti e antropologia. È questo il Diario di Tonnara di Giovanni Zoppeddu, sua prima regia, film prodotto e distribuito dall’Istituto Luce Cinecittà, passato nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma.

Documentario, piuttosto, e anche un po’ insolito: rinuncia ai luoghi comuni (quello del mare tinto di rosso dalla mattanza) e alle classiche interviste; si affida, invece, per la narrazione, al racconto di Ninni Ravazza (autore del libro omonimo da cui è tratto, pubblicato da Addictions-Magenes Editoriale) e per le immagini a molte sequenze di repertorio, attinte dagli archivi documentaristici di maestri come Vittorio De Seta, Francesco Alliata, Folco Quilici.

 

Ninni Ravazza, giornalista e scrittore, faceva il sommozzatore e s’immergeva lungo le reti della tonnara, i «palazzi sommersi», come li definisce. Il suo compito era quello di controllare che tutto filasse per il giusto e avvisare quando i branchi di tonni si avvicinavano a quel dedalo di stanze di rete per restarvi intrappolati, mentre sopra, in superficie, sulle barche il Rais (capobarca) comandava i tonnarotti (pescatori). La tonnara, del resto, come ricorda, è una «scienza perfetta» che aveva le sue regole e, nonostante la «crudeltà» della mattanza, cercava di rispettare l’ambiente e la vita marina, usando reti con maglie che permettevano ai tonni più piccoli di scappare.

Tonni e uomini. E donne: quelle che aspettavano il ritorno dal mare di mariti e figli, e quelle che lavoravano nelle tonnare, che erano anche le fabbriche dove i tonni appena pescati venivano tagliati, puliti, bolliti e inscatolati.

Archeologie industriali, con le loro ciminiere in riva al mare, alcune di grande bellezza, come quella di Favignana, oggi restaurata e trasformata in museo. Oltre a quella di Bonagia che non c’è più e alle poche sopravissute tra Sicilia e Sardegna (oggi che i tonni si vanno a prendere in alto mare – lo fanno soprattutto i grandi pescherecci industriali giapponesi – prima che i pesci si avvicinino a riva).

Uomini e padroni. Perché la solidarietà tra rais, tonnarotti e piccoli imprenditori si fermava sulla soglia degli uffici del padrone quando era il momento di riscuotere la paga. La voce narrante ricorda se stesso, bambino scalzo, dietro al padre con il cappello in mano e quei soldi gettati quasi per terra, con gesto sprezzante dal pagatore.

Il film di Giovanni Zoppeddu (con esperienze di direttore della fotografia e di montatore, tra cinema e tv, anche con il maestro Folco Quilici) cuce insieme riprese contemporanee e spezzoni d’archivio. Forse mette troppa carne al fuoco, quando, per alludere al senso del mito e del sacro, impagina sequenze che non hanno a che fare direttamente con la pesca (frammenti di spettacoli di pupari, processioni per fermare le colate di lava di un vulcano o, tra i ricordi evocati, la memoria dell’affondamento dell’incrociatore Zara nel 1941 a Capo Matapan).

Ma la rievocazione di un tempo perduto e soprattutto di un lavoro antico e nobile è lo scopo che si è prefisso il giovane cineasta sardo e Diario di Tonnara alla fine ci riesce. Una testimonianza utile da far girare e vedere (speriamo in un’efficace distribuzione e diffusione nelle scuole) che, magari, a noi consumatori distratti può ricordare che, quando apriamo una scatoletta di tonno, dentro potremmo trovarci un bel pezzo di storia umana e del lavoro.