Verso Bookciak, Azione! 2018. Cominciamo dai libri: racconti italo-albanesi

“Dal tuo terrazzo si vede casa mia” di Elvis Malaj (Racconti Edizioni), giovane scrittore albanese residente a Padova è uno dei quattro libri scelti per ispirare i bookciak dell’edizione 2018 del nostro premio veneziano. Sono dodici racconti, come un mosaico di piccole storie che ci mettono di fronte alle difficoltà della convivenza, tra ironia e malinconica comicità. Perché l’Abania e l’Italia sono vicine, separate solo da un braccio di mare, che alle volte diventa un oceano…

Straniero in patria, straniero all’estero, straniero dentro. Dodici racconti brevi e brevissimi, per 164 pagine, (Racconti edizioni, 2017, 14 euro) attraverso i quali il 27enne albanese Elvis Malaj oggi residente a Padova, emigrato dall’età di 15 anni, ci porta per mano dentro uno spaesamento, dove si alternano ricordi di una infanzia povera, di ambienti perfino primitivi – visti dalla ricca italia – per cozzare con la diffidenza, talvolta l’aperta ostilità con la quale un albanese può ancora essere visto e vissuto nel nostro paese.

Non ci sono drammi. E lo sguardo di Elvis è spesso ironico e dalla comicità malinconica. Non c’è violenza aperta e sfrontata come quella che colpisce soprattutto gli immigrati di colore. Gli albanesi non sono TROPPO diversi da noi, ricordano alla lontana i gitani, forse la pelle più olivastra, talvolta gli zigomi più alti, ma insomma non troppo diversi dai sardi o i siciliani. Eppure…

Eppure, non sempre per fortuna, ma talvolta sì, sono ancora percepiti come violenti. La loro lingua, incomprensibile, ci è ostile, tanto da poter essere usata, col solo pronunciare una frase abbastanza innocua, come una minaccia. Gli albanesi, si dice, sono violenti e se ne vedi uno con un coltello in mano viene percepito come minaccioso da chiamare la polizia preventivamente.

Piccoli episodi all’apparenza insignificanti ma che nel susseguirsi formano questo difficile mosaico di convivenza, anche se Dal tuo terrazzo si vede casa mia, siamo vicini, separati da un braccio di mare. Che a momenti sembra un oceano.

Il racconto chiave è il primo, “vorrei essere albanese”, in cui la frase in questione viene pronunciata da un amico del protagonista, inconsapevole della portata delle sue parole, che vorrebbe solo “un altrove” dove poter tornare quando si fosse stancato dell’Italia. E così il Nostro, nonostante sia ormai ben integrato in Italia, casa, lavoro, stipendio dignitoso, automobile e soprattutto una deliziosa ragazza italiana, Giorgia, aspirante attrice, che lo cava pure dai guai quando ci si infila, vive il suo perenne spaesamento. E se l’amico leggerà tutte le storie del libro, sarà portato a cambiare obiettivo.

Fra l’altro, a ricordare a se stesso e agli altri da dove arriva e che eredità si porta dietro, c’è anche quel nome impostogli da genitori “sadici”, che lo hanno battezzato Marenglen (lui si fa chiamare Glen e basta) orripilante acronimo di Marx, Engels e Lenin.

Poi è tutto un dipanarsi di storie a metà, situazioni non concluse, tutte con fondo amaro che dipingono una società e una comunità dove uno può immaginarsi di tornare solo se non ne è scappato.

In Italia l’incombente razzismo, la guerra fra poveri con i marocchini per accaparrarsi un vecchio televisore sfondato che non funziona (qui c’è il sorriso, seppure amaro). Ove è difficile integrarsi a scuola, nella nuova classe.

In patria, la ragazzetta che si prostituisce per un paio di scarpe con un adulto padre di un compagno di scuola; giochi infantili con giocattoli rimediati, in mezzo ad una strada che immaginiamo polverosa e sporca.

Una vita, quella di un albanese, ci fa capire Malaj nella quale anche l’amore resta sospeso. Non consumato fino in fondo dalla vergine Maria che col suo fidanzatino Giuseppe, manco a dirlo, fa l’amore avaro di centimetri per poter rimanere vergine (tra i racconti più divertenti). O perfino l’uomo di discreto successo, quadro aziendale che fa di tutto per incontrare una impiegata cui fa il filo e al momento buono scappa col minimo pretesto.

Un libro, alla fine, molto più complesso dei dodici racconti che lo compongono. È l’opera prima di Malaj, vale la pena aspettare la seconda.

Lorenzo Scheggi Merlini

Giornalista

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