Verso Bookciak, Azione! 2018. Cominciamo dai libri: tre ragazzini nell’estate del ’63

“L’estate muore giovane” di Mirko Sabatino (edizioni Nottetempo), autore quarantenne pugliese al suo esordio, è uno dei quattro libri scelti per ispirare i bookciak dell’edizione 2018 del nostro premio veneziano. Tre ragazzini assai precoci, pronti a balzare dall’età dei giochi a quella delle responsabilità. L’aria afosa dell’estate del ’63 in un paesotto sul Gargano. Poi un pallone forato, un patto di sangue di quelli suggellati con le punture di spillo e via in crescendo, fino alla rovina, scoprendo le malvagità che affliggono il paesotto, la sua gente e in generale l’universo mondo …

L’estate muore giovane e a chiunque di noi sarà capitato di cullare prima o poi un simile pensiero, salvo archiviarlo al più presto per non immalinconirsi oltre misura. Leopardi s’espresse così: “Questo di sette è il più gradito giorno,/ Pien di speme e di gioia:/ Diman tristezza e noia/ Recheran l’ore, ed al travaglio usato/ Ciascuno in suo pensier farà ritorno”. Anche il resto è noto e insuperato.

L’estate muore giovane è il titolo suggestivo del romanzo (pubblicato da Nottetempo) di Mirko Sabatino, nato nel 1978 a Foggia, laureato in scienze della comunicazione con una tesi in semiotica sul montaggio nel cinema e in letteratura, editor e redattore freelance, aspetto giovanile per quanto lo sguardo sia cupo.

È un romanzo d’esordio, una prima prova, che lascia intendere la rivisitazione e la trasfigurazione di un vissuto personale da parte di un quarantenne che ha ormai di fronte a sé il traguardo dei cinquanta, ma non può esimersi dal voltarsi di tanto in tanto indietro.

Niente di autobiografico: certi giochi, certi luoghi, certe amicizie sono esperienza di tutti. In questo caso gli amici sono tre, tre ragazzini assai precoci, pronti a balzare dall’età dei giochi a quella delle responsabilità: Primo, cioè l’io narrante, Mimmo il più fragile con il destino segnato del seminarista, Damiano il bello della compagnia, detto anche Paul Newman, figlio di un’ attrice mancata bella davvero e assai concupita nel paesotto del Gargano battuto dal sole del nostro sud.

Nel romanzo c’è dell’altro che per fortuna non sempre ci appartiene o ci è appartenuto: i palloni squarciati per vendetta sì, no invece il padre matto (con il dovuto rispetto per i matti), la madre bella aggredita dal maniaco di paese, l’aggressore punito con un macigno scagliato sulla gamba, una sorellina deliziosa, tenera, rispettosa, violentata dal prete pedofilo, il prete pedofilo stesso maciullato da una mietitrebbia, uno dei tre amici suicida, un altro che sparisce nel nulla per evitare la dura punizione da parte della famiglia dell’azzoppato e altro ancora, in sovrappiù.

La copertina regala una immagine felicemente solare: alcuni ragazzi sul ciglio di una scogliera, uno che si tuffa di spalle nel mare più verde che ci sia mai capitato di ammirare. Ci manca…

Sabatino non trascura l’anno di quell’estate che muore giovane, il 1963, l’anno – ci ricorda – dei Beatles, dell’assassinio di Martin Luther King, delle canzoni di Celentano e di Domenico Modugno. Il 1963 fu anche l’anno della Pacem in terris e della morte di Papa Giovanni, del Vajont, dell’assassinio di John Kennedy, del primo governo di centrosinistra organico, Dc Psi Psdi Pri, della crisi economica dopo la stagione del boom.

Tanta acqua che passa sotto i ponti, ma l’esistenza in quel paesotto del Gargano sembra trascorrere tranquilla. Anche la rissa tra i ragazzini, per quanto brutale, non smuove l’aria afosa. Solo offre alle tre vittime, Primo Mimmo e Damiano, il pretesto di un patto di ferro, solidarietà ad oltranza, quei patti suggellati dal sangue tramite qualche puntura di spillo. Così s’aggiusta la punizione: il pallone dei nemici ritrovato e sforacchiato. Non è che l’inizio. Poi si va in crescendo, fino alla rovina, scoprendo le malvagità che affliggono il paesotto, la sua gente e in generale l’universo mondo: invidie, desideri mal posti, violenze, rancori, follie di vario tipo, egoismi, perversioni, brutalità e, sempre, nei maschi, la propensione alla vendetta.

Sabatino non ci risparmia il sangue: quello che cola dai nasi dopo un pestaggio, quello che sgorga dalla gamba spezzata dell’aggressore della mamma di Damiano, quello del cagnolino reo di aver morsicato la mano del figlio, del cagnolino che il padre e padrone decide di inchiodare ad un albero, quello della bimba violentata dal parroco, quello infine del medesimo parroco nella scena più brutale, efferata, sanguinaria, in gara per truculento realismo con il cinema più splatter: prima le bastonate, i denti rotti, gli occhi tumefatti, la bocca martoriata, infine la mietitrebbia che compie l’opera, immaginate voi come.

Epilogo: la mietitrebbia, che non è poca cosa, viene fatta sparire, lasciandola precipitare in mare dalla scogliera, proprio dal punto in cui i tre ragazzini, forti del loro patto, progettavano i loro giochi e le loro vendette.

Nel frattempo muoiono madri e padri, muoiono amici e parenti, la bimba offesa si suicida gettandosi dalla finestra. Il padre di Mimmo, il padre matto e saggio, verrà rinchiuso in manicomio. Il romanzo dice “per il resto della vita”. Ma non è detto, perché sono anche gli anni di Gorizia, di Trieste, di Basaglia, di Piro, di un vasto movimento che critica la psichiatria tradizionale e si batte per la chiusura dei manicomi. Quindi non si può escludere che il padre di Mimmo ce la faccia a ricostruirsi una vita, lontano dal Gargano e da una moglie ossessiva, cattolica devota alla Madonna e a tutti i santi.

Mirko Sabatino dimostra di possedere gli strumenti dello scrittore. È abile nel congegnare trame, nell’allestire ambienti e situazioni, nel disegnare ritratti, nel gestire la scena, nel tenere alto il ritmo e desta l’attenzione. Potrei dire che l’aspirazione agli eccessi un poco lo tradisce e il suo ritratto della provincia italiana riecheggia molto quello che abbiamo imparato a conoscere grazie al delitto di Avetrana, a quello di Cogne, alla morte di Loris, alle innumerevoli gomorre, a quanto cioè la nostra tv (Rai in prima fila) non esita a mostrarci ad ogni istante, dall’alba al tramonto, non si capisce a che scopo.

Oreste Pivetta

Giornalista

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