“Salvador Allende”, ritratto di un sogno firmato Patricio Guzman. A Cannes di tanti anni fa

In occasione dell’uscita di Santiago, Italia di Nanni Moretti, riproponiamo la recensione di “Salvador Allende”, potente documentario di Patricio Guzman, tra i più grandi registi cileni impegnati da sempre nel racconto della storia, anche la più rimossa, del suo paese. E oggi tra i testimoni del film di Moretti. La recensione di Gabriella Gallozzi, pubblica su l’Unità, è del 2004 quando il doc è passato al festival di Cannes …

C’è una storia tra quelle dell’America latina volutamente rimossa. Quella di Salvador Allende. Alla vita e all’impegno politico del presidente cileno, spazzati via in quel tragico 11 settembre del ’73 dal golpe militare sostenuto dalla Cia, è dedicato il potente documentario di Patricio Guzman, passato fuori concorso a Cannes 2004, dal titolo Salvador Allende.

Convinto che «un paese senza documentari è come una famiglia senza foto» Guzman è tra i più celebri autori cileni in grado di trasformare il cinema in militanza politica per raccontare e soprattutto denunciare gli orrori della storia. Dopo film e film sulla dittatura di Pinochet, passati ai festival di tutto il mondo, ecco, infatti, un documentario per riportare alla memoria quell’esperienza unica: la via democratica al socialismo sperimentata dal governo di Allende che, allora, in un mondo diviso in blocchi, costituì un faro per tutte le sinistre del pianeta – ricordate la storica intervista ad Allende di Roberto Rossellini? – e una «minaccia insostenibile» per gli Stati Uniti.

Tutto questo ci racconta il sessantenne Guzman attraverso una serrata ricostruzione suddivisa tra testimonianze ed emozionanti immagini di repertorio. Compreso il filmato di un regista argentino che nel ’73 filmò, a costo della sua vita, un primo tentativo di golpe da parte di un reparto dell’esercito cileno.

Sono immagini toccanti che passano dal «pubblico» al «privato» inchiodando lo spettatore. A cominciare dall’album di famiglia che la tata del piccolo Salvador riuscì a sottrarre alla distruzione della dittatura nascondendolo sotto terra. Nel film compare un pezzo degli occhiali del presidente – quelli neri pesanti – ritrovati nella Moneda bombardata ed ora esposti nel museo di Santiago. Compaiono le foto dei bus e dei treni sui quali Allende fece le sue campagne elettorali percorrendo in lungo e in largo il Cile. O ancora il suo indimenticato discorso all’Onu nel ’72 quando, profeticamente, denunciò la minaccia costituita dal potere delle multinazionali.

Le testimonianze poi: in particolare quella dell’allora ambasciatore degli Usa in Cile, Korry, che racconta dei milioni di dollari sborsati dalla Cia per finanziare la «propaganda anti comunista» nel mondo. In Italia, per esempio, a partire dal ’48, un fiume di dollari arrivò «alla Democrazia Cristiana per contrastare uno dei partiti comunisti più forti d’Europa», racconta l’ex diplomati- co.

Evidente che il governo di Allende avesse i giorni contati. «Quel figlio di puttana, quel bastardo, lo definiva il presidente Nixon quando parlava di lui» racconta ancora l’ex ambasciatore statunitense in Cile. Al governo di Allende fu permesso di resistere soltanto tre anni: quell’aereo militare che l’11 settembre bombardò La Moneda mise fine all’utopia realizzata di un «un mondo più libero e più giusto», spiega Guzman.

Un’utopia ancora oggi così scomoda che gli stessi cileni, a quanto risulta dal documentario, non vogliono ricordare. «Lei è stato testimone del bombardamento della Moneda?» chiede il regista ad un gran numero di cittadini di Santiago. Ma la risposta è sempre la stessa: «No, non c’ero» o «Non ho tempo, non posso rispondere».


Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.


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