La memoria della Shoah sui muri di Parigi. I bimbi di Rue Saint-Maur rivivono al cinema

In sala dal 24 gennaio (per Lab80 film) in occasione del Giorno della memoria, “I bambini di Rue Saint-Maur 209″ della storica e regista Ruth Zylberman. Un toccante viaggio nella dolorosa memoria dell’Olocausto ricostruita come un puzzle attraverso la storia, gli oggetti e gli inquilini di un palazzo parigino, popolato ai tempi in maggioranza da ebrei e molti bambini. Come una sorta di “istruzioni per l’uso” che rimandano al grande romanzo di Georges Perec …

I palazzi vivono più di noi, conservano memorie.

Memoria: “istruzioni per l’uso”. Rimanda con evidenza anche al grande romanzo di Georges Perec (la cui copertina si vede in una inquadratura) questo bel film di Ruth Zylberman.

Il modellino di un palazzo, la mappa di chi lo ha abitato (con l’elenco degli abitanti), le cose che ha ospitato (con le riduzioni in scala di alcune suppellettili), le relazioni che vi si sono svolte. Questa è la “cassetta degli attrezzi”.

Poi, una regista, che è anche una storica, che sa essere detective e radunare tracce. Radunarle in modo “analitico”, come un puzzle da completare, come sarebbe piaciuto a Perec.

“La felicità non lascia traccia. Solo il dolore lascia tracce”, recita il commento al film, con le parole della regista stessa. E questo palazzo in Rue Saint-Maur 209 di dolore ne ha “ospitato” molto.

Dicevamo, Ruth Zylberman è una storica e regista francese, autrice di numerosi lavori sulla persecuzione nazista e sulla memoria delle vittime della Shoah.

Qui l’autrice parte dai verbali di un censimento generale, quello del 1939, l’ultimo prima della guerra. È lì che infatti scopre come i condomini di Rue Saint-Maur 209, nel X arrondissement di Parigi, operai, gente modesta, molti comunisti, bagni nei corridoi, niente elettricità, 300 persone in tutto, fossero per un terzo ebrei.

E che 52 di essi, tra cui 9 bambini, vennero deportati.

Nella ricostruzione dei fatti, il racconto, attraverso i ricordi diretti degli ex bambini di Rue Saint-Maur 209, rintracciati dalla regista un poco ovunque – Parigi, New York, Tel Aviv, Melbourne – diviene da subito minuzioso ed incalzante. Lentamente ci lascia affacciare sulla “banalità del male”: l’occupazione di Parigi, la discriminazione contro gli ebrei, le tante atrocità subite.

Di bocca in bocca, di racconto in racconto, ecco l’arrivo dei tedeschi occupanti a Parigi, poi la convocazione degli ebrei di Rue San Maur da parte dei francesi collaborazionisti al commissariato, l’arresto degli uomini (quelli che si presentano al commissariato), la confisca dei loro beni, che in breve tempo, vengono “arianizzati” e cioè acquistati a due lire da francesi non ebrei.

Poi ancora, nei ricordi angosciati e commoventi dei bambini di allora, l’arresto degli interi nuclei familiari; era il 16 luglio del 1942: dapprima vengono rinchiusi all’ospedale psichiatrico del Velodrome, assieme ai malati di mente, poi spediti al campo di smistamento di Pithiviers, da dove gli uomini vengono trasferiti immediatamente altrove; intanto le donne vengono separate dai loro bambini. Destinazione finale per gli adulti, ed anche per i bambini, la deportazione nei campi di sterminio in Germania, cui si sottraggono soltanto alcuni degli abitanti ebrei del palazzo o perché nascosti da condomini non ebrei, a rischio della vita, o perché riescono a fuggire…

Un orrore inimmaginabile, ma quotidiano, banale, comune in quegli anni, si manifesta davanti ai nostri occhi, nelle parole commosse degli ex bambini di Rue Saint-Maur 209.

Ogni singolo dettaglio dell’orrore di famiglie smembrate, di madri che affidano i loro bimbetti a donne caritatevoli, di collaborazionisti, di spie, di bambini gettati di peso nei carri ferroviari diretti in Germania ed anche di persone che cercano, comunque, di salvare degli ebrei: tutto viene, nel dettaglio di questa “piccola” storia, ricostruito.

Le cose perse si ritrovano, i ricordi assopiti si risvegliano: così avviene per chi guarda il film, così avviene per gli ex bambini di Rue Saint-Maur…

Ma, oggi, vogliamo davvero avere memoria? C’è chi ne ha fastidio, chi ne ha paura, chi pensa sia solo un “peso” del passato…

E ancora: ricordare può metterci al riparo dagli orrori? Evitare che si torni a commetterli?

C’è una ricetta, precisa, per cancellare nuove follie, dopo le tante che l’umanità ha già commesso?

Ricorda solo chi già sa, chi non sa continuerà a non voler sapere, si dice.

Intanto: ricordiamo! Troviamo metodo nel farlo. Il metodo può aiutare.

Ognuno risvegli la propria personale memoria: intanto quella della propria vita, come consigliava Vittorio Foa a studenti annoiati davanti a lezioni di storia imposte per programma scolastico o per ricorrenze. E cerchiamo collegamenti tra le cose, tra gli avvenimenti, tra le persone, come ha fatto qui, con delicatezza pari appunto al metodo che la sostiene, Ruth Zylberman.

Ricostruiamo il puzzle: “Si può guardare il pezzo di un puzzle per tre giorni di seguito credendo di sapere tutto della sua configurazione e del suo colore, senza aver fatto il minimo passo avanti: conta solo la possibilità di collegare quel pezzo ad altri pezzi”. (Georges Perec, La vita, istruzioni per l’uso).

Anche il “gioco” della vita è un “gioco” collettivo. Lo sanno i bambini che non giocano mai da soli…


Enzo Lavagnini

Regista, sceneggiatore, produttore e critico cinematografico. Suoi i documentari: "Un uomo fioriva" su Pasolini e "Film/Intervista a Paolo Volponi". Ha collaborato con Istituto Luce, Rai Cultura e Premio Libero Bizzarri. Tra i suoi libri, "Il giovane Fellini" , "La prima Roma di Pasolini". Attualmente dirige l'Archivio Pasolini di Ciampino


© BOOKCIAK MAGAZINE / Tutti i diritti riservati

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma n. 17/2015 del 2/2/2015
Editore Associazione culturale Calipso C.F.: 97600150581