Inviato tra gli ultimi del mondo. Bernard-Henry Lévy con un doc e un libro alla Festa

Passato alla Festa di Roma  “Une autre idée du monde” nuovo documentario di Bernard-Henry Lévy inviato speciale dei maggiori quotidiani europei sui luoghi più dimenticati e disperati del mondo. Da Lesbo all’Afhanistan per testimoniare la sofferenza, la miseria e le guerre dimenticate. In uscita anche il suo nuovo libro nato al fianco del documentario …

“Non è un’avventura per il gusto dell’avventura. Ma è l’urgenza di testimoniare e di agire per una maggiore giustizia”. Così afferma Bernard-Henry Lévy nell’intervista La mia vita da filosofo sul campo pubblicata lo scorso 20 ottobre su Repubblica, uno dei giornali che lo hanno inviato a scrivere e testimoniare nei luoghi più disperati del mondo.

E certo, dopo avere visto il documentario Une autre idée du monde/The will to see, girato dallo stesso Levy insieme a Marc Roussel e presentato alla Festa del Cinema di Roma, non si può mettere in dubbio l’efficacia del messaggio trasmesso da un filosofo scrittore che ha dedicato parte della sua vita alla testimonianza della sofferenza e della miseria.

Dalla Nigeria al Kurdistan siriano, dai confini dell’Ucraina alla Somalia, dall’isola di Lesbo all’Afghanistan, Levy ha raccolto una serie di immagini e di riflessioni che sono confluite non solo in questo documentario dalla forza dirompente ma anche in un libro di prossima uscita per La nave di Teseo: Sulla strada degli Uomini senza nome.

Bernard-Henry Levy ci porta con sé dentro le trincee fangose del Donbass sotto il tiro delle mitragliatrici russe, nelle strade sterrate e polverose della Nigeria sotto la minaccia di Boko Haram, ci fa palpitare nell’auto blindata inseguita dai guerriglieri dell’Isis in Libia, ci fa toccare con mano il degrado indicibile delle discariche del Bangladesh, ci riporta indietro alle guerre dimenticate con spezzoni di vecchi documentari e immagini di repertorio nei territori del Kurdistan turco e iracheno, nelle montagne brulle dell’Afghanistan dove era presente ai tempi di Ahmad Massoud, il Leone del Panshir.

Tutti luoghi dove la sofferenza è indicibile, spesso soffocati da angoscia e fame, dimenticati dal resto del mondo e che ogni giorno chiamano in causa la nostra coscienza. Il tutto peggiorato ancora dalla pandemia Covid-19 che, nel corso della realizzazione del film, ha esasperato le disuguaglianze e le difficoltà di convivenza tra gli uomini.

Si potrebbero avanzare alcune riserve: il rischio dell’autocelebrazione, il dubbio che talora l’ego superi la giusta misura, un’impressione di compiacenza, ad esempio nei confronti di donne combattenti per cause sempre giustissime, quello che una volta si sarebbe definito “volontarismo”, quando ad esempio Levy cerca di indottrinare i giovani orfani dei terroristi dell’Isis, la scelta un po’ arbitraria delle cause considerate “buone” a priori, che esclude ad esempio la visita a Gaza (ma almeno con il coraggio di ammetterlo).

Tutto ciò non fa minimamente ombra al coraggio di un intellettuale che è stato capace di mettersi in gioco, di scegliere comunque da che parte stare, che ha rischiato di persona, e che soprattutto ha portato a conoscenza del mondo la parte peggiore dell’uomo e l’inferno in cui sono relegati gli ultimi della terra.


Carlo Gnetti

giornalista e scrittore

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