La scomparsa di Béla Tarr. La letteratura (di László Krasznahorka) che si è fatta cinema d’autore
È morto a 70 anni, il 6 gennaio, Béla Tarr, straordinario autore ungherese che ha legato il suo cinema etico e politico allopera del connazionale László Krasznahorkai, premio Nobel della letteratura 2025, dando vita ad un sodalizio artistico durato oltre vent’anni. Titoli come “Santatango” o “Le armonie di Werckmeister” con i loro piani-sequenza lunghissimi e il bianco e nero livido, hanno cambiato per sempre la percezione del tempo al cinema …

Satantango, 7 ore e mezza di durata, 450 minuti, in un bianco e nero ipnotico, tratto dall’omonimo romanzo del Premio Nobel per la Letteratura 2025 László Krasznahorkai, dalla Berlinale 1994 lanciò il regista che avrebbe cambiato per sempre il cinema d’autore.
È morto il 6 gennaio, a 70 anni, Béla Tarr, il grande cineasta ungherese che proprio della collaborazione con lo scrittore ha fatto il cuore della propria opera.
Più che un sodalizio artistico, quello tra Tarr e Krasznahorkai è stata un’alleanza visionaria: un dialogo profondo tra parola e immagine fondato sulla stessa concezione del mondo — un universo in lento disfacimento, attraversato da figure che attendono una salvezza che non arriva mai. La lentezza estrema, i piani-sequenza interminabili, il bianco e nero livido non sono stile, ma traduzione cinematografica della prosa magmatica e senza respiro dello scrittore.
Dopo Satantango, monumento di sette ore e mezza sulla rovina morale di un villaggio ungherese dopo il crollo del comunismo, la collaborazione prosegue con Le armonie di Werckmeister (2000), tratto dal romanzo Melancolia della resistenza. Presentato al Festival di Cannes 2000 (Quinzaine des Réalisateurs), il film racconta l’irruzione del caos nella vita quotidiana con l’arrivo di un circo e di una balena imbalsamata: una metafora potente sul collasso dell’ordine sociale e morale dell’Europa post-totalitaria.
Nel 2007 Tarr e Krasznahorkai lavorano ancora insieme a L’uomo di Londra, stavolta dall’omonimo romanzo di Georges Simenon ma sceneggiato dallo scrittore ungherese che trasforma la vicenda di un uomo comune che trova una valigia piena di denaro in una riflessione sulla colpa e sull’alienazione. Ambientato in un porto sospeso tra nebbia e oscurità, con la fotografia di Fred Kelemen, il film fonde noir e metafisica, esplorando il confine tra bene e male, e confermando l’abilità dello scrittore nel dare al cinema la densità morale della sua prosa. Presentato al Festival di Cannes, il film fu accolto come una prova rigorosa e ipnotica, fedele al tono esistenziale di entrambi gli autori.
Il culmine – nonché il termine – del loro sodalizio arriva con The Turin Horse (2011), sceneggiato insieme e ispirato a un episodio della vita di Friedrich Nietzsche: l’abbraccio del filosofo a un cavallo maltrattato a Torino, preludio alla sua follia. Da questo spunto nasce un film essenziale e apocalittico, che racconta gli ultimi giorni di un contadino e di sua figlia in una landa desolata, mentre il mondo sembra spegnersi lentamente.
Girato in un bianco e nero livido, ancora una volta e scandito dal ritmo ossessivo del vento, The Turin Horse è una meditazione sulla fine del tempo, sulla fatica, sul silenzio e sull’estinzione della speranza. È anche, come ha dichiarato lo stesso Béla Tarr, il film d’addio del regista e la conclusione simbolica della loro collaborazione: “Non c’è più nulla da dire, solo il buio che avanza”.
Grazie a questi film, l’opera di Krasznahorkai ha trovato una diffusione internazionale decisiva, anche in Italia, dove Bompiani ne ha pubblicato i libri dagli anni Novanta. Senza il cinema di Tarr, la sua prosa estrema e intransigente sarebbe probabilmente rimasta confinata a una nicchia letteraria; con Tarr è diventata immaginario, esperienza sensoriale, rito collettivo.
Nato a Pécs, in Ungheria, il 21 luglio 1955, Béla Tarr iniziò giovanissimo a girare film amatoriali, sostenuto poi dallo studio Béla Balázs. Dopo il diploma all’Accademia di Teatro e Cinema di Budapest nel 1982, fondò la Társulás Filmstúdió, chiusa nel 1985 per motivi politici: Tarr era apertamente anarchico e ostile a ogni forma di potere istituzionale.
Dopo gli esordi realistici — Family Nest, 1979; The Outsider, 1981; The Prefab People, 1982; Almanac of Fall, 1984 — la svolta arriva con Dannazione (Damnation), presentato alla Berlinale 1988, che ne definisce lo stile maturo.
Dopo il ritiro dal cinema nel 2011, Tarr si dedica all’insegnamento e fonda nel 2012 a Sarajevo la Film.Factory, dirigendola fino al 2016. Tra i docenti invitati: Tilda Swinton, Apichatpong Weerasethakul, Carlos Reygadas, Pedro Costa, Gus Van Sant, Juliette Binoche e Jacques Rancière.
Gli sopravvive la moglie e collaboratrice Ágnes Hranitzky. Con Béla Tarr scompare non solo un regista, ma un’idea di cinema come atto etico e politico: un cinema che, come la letteratura di Krasznahorkai, ci obbliga a guardare il disfacimento del mondo senza consolazione, ma con lucidità e rispetto per il tempo.



