Il dolore di una madre (e di un padre). Chloé Zhao e Maggie O’Farrell illuminano Hamnet Shakespeare
In sala dal 5 febbraio (per Universal Pictures) “Hamnet-Nel nome del figlio” di Chloé Zhao, dall’omonimo romanzo storico di Maggie O’Farrell (appena tornato in libreria in una nuova edizione per Guanda). Un melodramma teso, profondamente al femminile, incentrato sul lutto vissuto dalla famiglia Shakespeare per la morte del figlio di 11 anni. Un dolore che ha ispirato al Bardo uno dei suoi drammi più celebri: “Amleto”. Grandi prove d’interpretazione per Jessie Buckley, nei panni della moglie e Paul Mescal in quelli di William. Otto nomination agli Oscar …

Dimenticate Shakespeare in Love – ma forse l’avete già fatto – la commedia romantica (sopravvalutata) di John Madden che poco meno di trent’anni fa incassò sette Oscar e record ai botteghini, inventando l’amore tra il Bardo (Joseph Fiennes) e la bella e nobile Lady Viola (Gwyneth Paltrow incoronata con la statuetta) come fonte d’spirazione alla base di uno dei suoi drammi più celebri: Romeo e Giulietta.
Anche in Hamnet – Il nome del figlio dell’ autrice sino-americana Chloé Zhao, tra i film con più nomination (ben 8) in questa corsa agli Oscar 2026, viene svelato un più verosimile retroscena nella genesi di un altrettato immortale dramma shakespeariano: l’Amleto. Ma l’assonanza si ferma qui.
Quello che segue è un melodramma teso, profondamente al femminile che sa di terra, cuoio, erbe aromatiche e pane impastato, affondando le radici (e le sue invenzioni) tra le pagine de Il nome del figlio – Hamnet, acclamato romanzo storico dell’irlandese Maggie O’Farrell (riportato in libreria da Guanda per l’uscita del film, tradotto da Stefania de Franco) coinvolta anche nella sceneggiatura.
Siamo nel 1596 a Stratford-upon-Avon, nel cuore dell’Inghilterra, città di nascita del più grande drammaturgo dell’Occidente, di cui tutto si sa della sua opera studiata e rappresentata da secoli, ma così poco, invece, si sa ancora oggi, della sua vita reale.
Maggie O’Farrell usa la fantasia a partire da un dato storico accertato: la morte a soli 11 anni del figlio di William Shakespeare e della sua consorte Agnes Hathaway. Con una precisazione iniziale: Hamnet ed Hamlet sono grafie differenti per lo stesso nome – Amleto – come riportato nei registri di Stratford di fine XVI secolo.
Da qui parte questo intenso ritratto di famiglia in nero. William giovane precettore di latino (un Paul Mescal in cerca di Oscar), il violento padre mercante di guanti, la severissima e possessiva madre (Emily Watson) e poi l’arrivo e l’innamoramento per Agnes, sposata già incinta contro il volere dei suoi; la nascita della prima figlia Susannah e poi quella dei gemelli: Judith ed Hamnet, appunto, e la peste che avvolge prima la bimba per poi portarsi via per sempre il piccolo (struggente è lo scambio di posto che fa Hamnet per ingannare la morte e salvare la sorellina).
Da qui in poi è il dolore per la perdita a intrecciare la trama. Il lutto impossibile di una madre prima di tutto, che mette quasi fuori campo Will, già assente di suo, troppo, impegnato com’è in teatro a Londra. Agnes è la donna dei boschi, strega per la sua matrigna, guaritrice per chi la ama. La natura l’avvolge e in essa si ripara, il suo corpo (plasmato dalla straordinaria Jessie Buckley) lo vediamo incastonato tra le radici di un albero o mentre guida il volo un di un falcone, mentre dà alla luce la sua bambina aggrappata ad un ramo, tra il rumore delle fronde e in totale solitudine.
Prima del lutto, assistiamo, invece, alla vita felice degli Shakespeare. I giochi coi tre figli travestiti di paglia nel fiorito giardino di casa, come una scena di Sogno di una notte di mezz’estate; “l’invidiosa luna” di Romeo e Giulietta che Will recita innamorato alla sua Agnes o, ancora, il gioco preferito col piccolo Hamlet, tirar di spada con i rami secchi, preludio al duello avvelenato de l’Amleto, chissà.
La sensibilità e il rispetto di Chloé Zhao per la natura-madre, attraverso lo scambio costante tra vita e morte presente in ogni esistenza, torna a farsi sentire, e vedere, come nei deserti e pianure attraversati dai Tom Joad del terzo millennio, protagonisti del suo precedente Nomadland – anch’esso da un libro – folgorante istantanea del nostro Occidente in caduta libera e disseminato di nuove povertà. Dal Leone d’oro 2020 agli Oscar 2021 – questi sì meritatissimi – è stato proprio quel film a farla conoscere come una delle donne registe più originali del melting pot cinematografico.
In Hamnet – Il nome del figlio fedele allo stesso percorso Zhao ci immerge nel potere taumaturgico della creazione artistica, facendoci attraversare la porta del dolore così umano e così insopportabile come quello per la morte di un figlio.
“Essere o non essere” ascoltato dal palco del Globe Theatre dove Agnes arriva sconvolta all’idea che quel marito così assente abbia speculato sul loro Hamnet per le sue ambizioni teatrali, le si rivela invece la voce stessa del suo lutto. Lo stesso vissuto e sofferto, non meno di lei, dallo stesso Will, in scena nei panni del padre-spettro di Amleto, che con la sua arte lo ha reso immortale. E forse più sopportabile. Mentre Chloé Zhao e Maggie O’Farrell hanno strappato “al silenzio” la memoria del piccolo Hamnet Shakespeare.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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