“Nomadland” il cinema con il cuore dalla parte giusta. Il Leone d’oro tutto al femminile

È il Leone d’oro 2020, il film più atteso della Mostra, passanto in concorso a fine corsa. “Nomadland” di Chloé Zhao, dall’omonimo libro-inchiesta della giornalista Jessica Bruder con l’immensa Frances McDormand nei panni di una “senza casa” on the road, tra i nuovi (veri) nomadi forzati degli States. Una fotografia a cuore aperto del Titanic-America che affonda disseminando nuove povertà, soprattutto tra gli anziani. Ma anche una riflessione su un possibile futuro da ritrovare, ripartendo dalla solidarietà e dal rispetto del pianeta che ci ospita …

Frances McDormand in NOMADLAND.

L’avevamo scelto come il nostro Leone d’oro e lo è diventao davvero. Il più atteso, il film a orologeria che eplode sulla Mostra della ripartenza (in contemporanea con Toronto) come una sorta di monito planetario.

Più che un grido d’allarme una fotografia a cuore aperto del naufragio del Titanic-America, del sistema capitalistico finito a fondo, portandosi dietro nuove povertà, soprattutto tra gli anziani. Ma anche un’umanissima e commovente ipotesi di futuro da trovare insieme, “aiutandosi a ridere del dolore”, magari ripartendo proprio dagli inevitabili lutti della vita e con maggior rispetto per il pianeta che ci ospita.

È Nomadland la storia dei nuovi nomadi forzati d’America. I Tom Joad del terzo millennio – si è già detto – che a bordo di van arrangiati alla meglio popolano deserti e pianure in cerca di lavori stagionali, le barbabietole in Minnesota, le pulizie nei campeggi, l’imballaggio per Amazon nei CamperForce. Vengono da tutti gli States, ma una cosa li accomuna, l’età: sono tutti anziani, dai sessanta in su. Con pensioni da fame o neanche quello. Sono le cicatrici umane della crisi del 2008 (come scrive Teresa Marchesi nella recensione del libro).

Non sarà un caso, dunque, che dietro a questo gioiello on the road capace di ridisegnare le frontiere del cinema da qui ai prossimi anni, ci siano tre donne. E parecchio toste. La giornalista Jessica Bruder che Nomadland l’ha scritto (in Italia Italia, Edizioni Clichy) nel corso di tre anni d’inchiesta sul campo. La straordinaria protagonista, Frances McDormand che ne è anche produttrice. E la regista cinese Chloé Zhao, 38enne nata a Pechino e molto attiva nel cinema indipendente americano (The Rider).

Con quella sua faccia rocciosa, quasi un pezzo di paesaggio monumentale, l’attrice premio Oscar è Fern, una “senza casa” spiega, perché “senza tetto” è un’altra cosa. Rimasta vedova e perso il lavoro da insegnante la vediamo nomade tra i nomadi. Ma quelli veri. Linda May, la protagonista del libro, Swankie che ha combattuto il suo tumore viaggiando (il suo funerale intorno al fuoco è uno dei momenti più toccanti), Bob Wells, una vera star di youtube ormai, che dopo aver perso il figlio ha scelto la strada anche lui, sicuro che facendo comunità si possa sconfiggere il “potere del dollaro”.

On the road ci si lascia e ci si ritrova. La vita e la morte s’intrecciano come i paesaggi, la neve e il sole, la pioggia. Tutti parte di una natura di cui non siamo padroni ma ospiti. Così si canta per gli “amici che sono dovuti andare via”. E tra una riunione intorno al fuoco o la pulizia del cesso di un campeggio si parla di tutto. Di quella fede nuziale che Fern non riesce a togliersi (“l’anello è circolare perché l’amore non finisce mai” spiega una donna). Del modo di smaltire la cacca con gli appositi secchi, dei figli che non si è cresciuti per distrazione o incapacità, dei pezzi di ricambio che costano troppo. Ed è tutto un baratto di oggetti che si scambiano o si donano, così, semplicemente per solidarietà. Questa, infatti, sembra essere la risposta che si trova in fondo alla strada.

Non aspettatevi però il classico happy end. Anche se il film rispetto al libro smorza i toni di denuncia nei confronti dello sfruttamento del lavoro precario (soprattutto di Amazon) Nomadland non cede mai a retorica e facili sentimentalismi. Ha il cuore dalla parte giusta. Fa indignare e comuovore. La narrazione ha la forza stessa della verità, nei volti e nelle storie dei suoi protagonisti, compresa l’immensa Frances McDormand.

“Ci vediamo sulla strada” saluta Bob Wells partendo. Intanto è bello vedere che la strada intrapresa da Chloé Zhao marcia in qualche modo parallela ad un altro talento femminile del melting pot newyorchese come la collega Lulu Wang (magnifico il suo Farewell). Sarà forse la conferma che il futuro del cinema americano è donna e cinese? Noi ci contiamo.

Sapendo anche che dopo il Leone d’oro anche la strada verso gli Oscar sarà spianata.