Un inverno freddo freddo (e noir) a Ostia. È il “Mare mosso” di Roberto Cimpanelli (dal suo libro) alle GdA

Il regista e scrittore Roberto Cimpanelli torna dietro la macchina da presa (a trent’anni dall’esordio Nastro d’argento e a venti dall’ultimo lungometraggio), adattando il suo omonimo romanzo in uscita per Marsilio. Per narrarci l’incontro di due anime tormentate (coi volti di Eduardo Scarpetta e Beatrice Fiorentini) in un litorale laziale segnato dalla guerra tra clan malavitosi. Omaggiando, senza somigliare troppo né a un Caligari né alle “Suburra” contemporanee, il genere caro a Giorgio Gosetti, fondatore di quelle Giornate degli Autori dove il film ha avuto la sua anteprima…

«I film noir per qualche verso sono anche dei film morali», diceva un esperto quale Fernando Di Leo, precisando trattarsi di morale «non nell’accezione borghese del termine», ma «nel senso assoluto del termine», ovvero di un «punto di riferimento superiore» a cui risponde la rovina o la salvezza dei personaggi. Qualcosa di simile lo si potrebbe dire anche per Mare mosso, il nuovo lungometraggio di Roberto Cimpanelli, presentato a Venezia tra i Confronti delle Giornate degli Autori e basato sull’omonimo romanzo del regista in uscita per Marsilio.

E non potrebbe essere più classico, quasi demodé l’approccio dell’autore al genere tanto caro al compianto fondatore delle GdA Giorgio Gosetti. Del noir, qui, abbiamo atmosfere e stilemi riconoscibilissimi, a partire proprio dal chiaroscuro dell’anima di protagonisti prigionieri tanto di un ambiente ostile quanto delle proprie stesse azioni. Le cui conseguenze, si creda o meno in un disegno più ampio entro cui le nostre sorti sono inscritte, finiranno, inesorabilmente, col raggiungerci.

Il purgatorio da cui risalire verso una nuova possibile vita o sprofondare nel buio della dannazione assume qui la forma di una Ostia invernale, al di qua dell’estetica crime contemporanea alla Suburra, ma nemmeno assimilabile al crudo post-neorealismo di un Claudio Caligari. Eppure, ci tiene a precisare Cimpanelli, «i personaggi di questo film li ho conosciuti. Non proprio loro, ovviamente, ma tipi che gli somigliavano parecchio», in quella frazione litoranea di Roma conosciuta «nel momento del suo boom e successivamente in quello del declino».

Sono donne e uomini imperfetti come Daniela (Beatrice Fiorentini), in fuga dal suo passato e dipendente dall’eroina, e Massimo (Eduardo Scarpetta), a propria volta plasmato da trascorsi tormentati e ora pianista detto “Mani d’oro” anche per il talento come massaggiatore. L’incontro (fatale) avviene al Pachanga, locale notturno dove lui suona «brutta musica per brutta gente» e lei viene assunta al bancone del bar.

Scoprono di avere più in comune di quanto non sembri: «Pure tu sei un avanzo come me, però un po’ d’anima t’è rimasta», dice Daniela all’altro. Scopriremo se questo po’ d’anima sarà sufficiente, per entrambi, a non farsi inghiottire dal “mare mosso” che li circonda e li definisce, mentre si ritrovano, o rivelano, invischiati nello scontro tra due famiglie criminali, gli autoctoni Selci e i campani Sorrentino.

Cimpanelli, Nastro d’argento alla regia con l’esordio Un inverno freddo freddo (ma anche distributore di titoli come A spasso con Daisy e Pomodri verdi fritti e produttore tra gli altri dell’opera prima di Paolo Virzì La bella vita) sembra divertirsi molto a sbozzare personaggi insieme stilizzati e calati nell’asprezza materiale del loro contesto, dall’anziano pescatore ed ex bandito Gino (il da poco scomparso Ermanno De Biagi) alla barista di origini albanesi Lorella (Eva Cela), passando per il poliziotto corrotto con tormenti mistici Pironte (Romano Talevi).

A tratti, però, il regista-scrittore pare persino troppo innamorato del mondo e delle figure che (ri)crea, della sensualità dei loro corpi (potevano durare forse un po’ meno gli amplessi saffici, anche perché oggi, si spera, non se ne scandalizzerebbe più nessuno), di certe battute un po’ didascaliche, di qualche sottotrama in eccesso, più abbozzata che sviluppata (la pagina scritta, in questo senso, è inevitabilmente avvantaggiata rispetto al lungometraggio). Resta, comunque, una visione godibile per estimatori del genere, soprattutto quelli nostalgici di un mare non ancora dominato dai transatlantici dello streaming.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.


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