Addio Jean-Jacques Beineix. Il regista del neobarocco anni Ottanta, tra letteratura e spot


Insieme a Leos Carax e Luc Besson erano la BBC francese, gli autori che negli anni Ottanta hanno svecchiato il cinema rivolgendosi ai giovani desiderosi di un nuovo linguaggio nel quale ritrovare i segni del proprio tempo: dalla pubblicità ai graffiti, dai fumetti alla tv.

È morto a Parigi a 75 anni Jean-Jacques Beineix, dei tre registi il più anziano (Besson è del ’59, Carax del ’60), amante della letteratura a cui ha attinto per i suoi film, sei titoli appena concentrati in un decennio, e colui che ha aperto la strada al cosidetto neobarocco: più che uno stile un look e per questo decisamente avversato dalla critica più cinefila.

Diva il suo film d’esordio nell’81 ne è una sorta di manifesto. Killer punk, walkman e qualsiasi feticcio dell’era postmoderna, fanno di questo poliziesco letterario (è dall’omonimo romanzo di Delacorta, pseudonimo dello scrittore e saggista svizzero Daniel Odier) incentrato sull’amore tra una cantante lirica e un fattorino, un film-caso che, dopo il successo negli States, porta il trentacinquenne Beineix alle stelle. Con incetta di Cèsar e produttori americani alla sua porta.

L’effetto Beineix è scoppiato. E da questo momento il suo cinema influenzerà più il costume che la critica (sempre decisa a snobbarlo). Con alti e bassi, però, anche col suo pubblico. Quei fischi a Cannes ’83 il regista non riuscirà più a dimenticarli. Nel mirino è il suo secondo titolo, Lo specchio del desiderio (La lune dans le caniveau), ancora l’adattamento di un giallo, stavolta dell’americano David Goodis, C’è del marcio in Vernon Street. Con Gérard Depardieu e Nastassja Kinski protagonisti, Beineix lo gira interamente negli studi di Cinecittà ricostruendo con maniacale pignoleria il porto e il vicolo cieco dove si svolge l’azione che ruota intorno all’assassinio di una donna. Il film dai costi esorbitanti è un flop. E anche il pubblico lo abbandona.

Fallito il tentativo di portare al cinema il romanzo di vampiri The Ice Maidem dello statunitense Marc Behm (tenterà anche con Dino De Laurentis) Beineix si dedica allora alla pubblicità che ama riamato: “la pub si è appropriata del bello che il cinema della Nouvelle Vague aveva rigettato, ha captato la giovinezza della quale il cinema che invecchia non traduce più le aspirazioni”, dice. Il suo spot contro l’Aids (Il ne passera pas par moi) sarà famoso anche all’estero.

Da queste dichiarazioni di intenti e il rodaggio sui tanti set pubblicitari nasce il nuovo successo: Betty Blu, anch’esso un adattamento. Alla base è il romanzo dell’allora giovane e anticonformista scrittore francese Philippe Djian 37°2 al mattino, una storia di amour fou, dal forte carattere erotico che lancerà la sconosciuta Béatrice Dalle come la nuova Bardot, affiancata dal giovane Jean-Hugues Anglade, già volto del cinema di Besson. Betty e Zorg, giovani, belli e ribelli che si amano alla follia in quel bungalow sulla spiaggia in mezzo a colori infuocati e dorati diventeranno il simbolo di un’epoca e di una generazione. All’uscita in sala nell’86 sarà un trionfo con candidatura agli Oscar, Cèsar e l’aura del film culto.

Ma sarà l’ultimo successo per Beineix. I successivi e non più letterari Roselyne e i leoni (’89) e IP 5 l’isola dei pachidermi (’92) ultimo set per Yves Montand che morirà appena dopo le riprese, saranno due flop consecutivi che allontaneranno il regista dal cinema per molti anni.

Mortel transfert del 2001, il suo sesto ed ultimo film di nuovo a carattere letterario, dall’omonimo romanzo di Jean-Pierre Gattégno, non sarà accolto diversamente dai precedenti. “I critici sono rimasti a una lettura letteraria, troppo letterale del cinema, mentre i media come Internet consentono di mescolare i generi, come hanno fatto, ad esempio, Leonardo da Vinci o Warhol” si difenderà il regista. Ma ormai il divorzio dalla critica e dal cinema (complice anche una grave leucemia) saranno irreversibili.