Addio padre Fantuzzi. Il gesuita che amava (riamato) il cinema, nel ricordo di Bellocchio



Critico cinematografico raffinatissimo e soprattutto fuori dagli schemi che il suo ruolo di sacerdote gesuita avrebbe potuto imporgli, lo ricordiamo in prima fila tra i difensori di Totò che visse due volte, il film di Ciprì e Maresco portato in tribunale con l’accusa di vilipendio della religione.

È morto a Roma, il 24 settembre, a 82 anni padre Virgilio Fantuzzi, scrittore e critico cinematografico della rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica, dal 1973.

Nato il 15 febbraio 1937, entrato nel Noviziato dei Gesuiti nel 1954, tra il 1975 e il 2007 aveva insegnato Analisi del linguaggio cinematografico presso la Pontificia Università Gregoriana. Negli anni ’80 e ’90 aveva collaborato con la Radio Vaticana come radiocronista ed esperto di questioni ecclesiali.

Fantuzzi nel suo lungo percorso spirituale e professionale è stato amico dei più grandi autori, Pasolini, Fellini, Olmi, Rossellini e Bertolucci. Ma anche Luchino Visconti, Suso Cecchi d’Amico, Peppino Rotunno, Vittorio De Sica, Michelangelo Antonioni, Gian Luigi Rondi, Martin Scorsese e Marco Bellocchio.

E proprio il regista de Il traditore lo ricorda come “un grande amico” con cui, pur non vedendosi spesso, affrontavano e approfondivano “le grandi questioni, lui da credente e io da non credente (poche chiacchiere, anzi nessuna). Anche se Virgilio era convinto, nelle immagini di certi miei film, di aver scoperto piccole o grandi rivelazioni che erano la prova di una mia autentica religiosità. Virgilio era al di là della fede, su cui lo seguivo per affetto, per amicizia, ma non per intima convinzione, un acutissimo interprete, che usava per le sue scoperte un linguaggio semplice, diretto, che è molto raro per un critico. Si capiva il suo pensiero, un pensiero profondo. Ho avuto la fortuna di conoscerlo più di cinquanta anni fa, ai tempi de I pugni in tasca, a casa di Pierpaolo Pasolini, gli anni appena successivi a Il Vangelo secondo Matteo. E ho avuto la seconda fortuna proprio di intervistarlo qualche mese fa per un film che sto portando a termine. In quell’occasione tra le altre cose mi parlò di quando Pierpaolo chiese per Il Vangelo secondo Matteo alla madre Susanna di interpretare la madonna, ricordandole per risvegliarne il dolore, per esaltarne l’interpretazione, l’assassinio dell’altro figlio partigiano (“Ricordati di Guido!”). Incitamento giudicato crudele e criticato da alcuni amici intellettuali che partecipavano al film. Quel dolore di Susanna e poi quel sorriso per la resurrezione del figlio, li vorrei inserire nell’Urlo, il film ancora incompiuto. E di ciò ringrazio l’amico Virgilio che mi ha messo amorevolmente sulla buona strada».