Al Pacino, l’ultima volta di Simon Axler

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Il viale del tramonto del grande attore è un tema ricorrente di questa Mostra che ancora non ha trovato il suo “capolavoro”. Abbiamo visto in apertura il supereroe decaduto del messicano Inarritu (Birdman) cercare il suo riscatto con la messa in scena di Cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver ed ora è un altro testo letterario ad accendere i riflettori su un altro divo in disgrazia. L’umiliazione di Philp Roth (Einaudi), infatti, è la traccia su cui si muove The Humbling che il premio Oscar Barry Levinson ha cucito addosso all’agé Al Pacino (presente in concorso anche in Manglehorn di David Gordon Green) scattante davanti ai riflettori dei media a caccia delle poche star hollywoodiane, nel ricordare le sue origini italiane e il suo amore per il nostro Paese.

Segnato e sgualcito, “nonno Al” non ha mandato sprecata questa grande prova d’attore che gli ha regalato il regista di Rain Man, mettendo vita e vissuto nel personaggio di Simon Axler, un grande attore che a 67 anni (Al ne ha 74) perde l’ispirazione, il suo pubblico e la voglia di vivere e, ovviamente, di calcare le scene. Abituato da sempre ad un’esistenza imbottita di ego e narcisismo tutto crolla intorno a lui. Lo rincorrono gli incubi del pubblico che lo deride, l’ossessione di non essere più riconosciuto neanche dalle maschere del teatro dove è in scena il suo spettacolo, insomma, l’apocalisse per uno che ha conosciuto il successo. Il suo agente non sa più come riportarlo “in vita”, così che Simon si ritira in solitudine in una casa in campagna. Tutto sembra perduto quando appare la figlia dei suoi miglior amici, Pegeen (Greta Gerwing, uno dei volti del cinema indipendente Usa), la ragazzina di una volta che ora è una donna fatta e lo seduce tra trenini elettrici e varie amenità. La ragazza gli confida subito di essere lesbica, ma anche di essere innamorata di lui da quando aveva 8 anni. E l’amore si sa cambia la vita.

Ma quello che non sa il vecchio divo è che Pegeen è una donna pericolosa, senza scrupoli e manipolatrice. Al momento del suo abbandono, che arriva puntuale, Simon troverà comunque il coraggio di tornare in scena. Ma per l’ultima volta e nei panni di un troppo realistico Re Lear. Fedele al testo di Roth nella narrazione, il film gioca sull’ironia e l’autoironia indossata dal suo protagonista. Ma il narcisismo messo alla berlina dallo stesso regista tracima comunque verso lo spettatore che, tra qualche risata, non può evitare i molti sbadigli.