Amori & tormenti di una scrittrice. Il ritorno di Margarethe von Trotta alla Berlinale con Ingeborg Bachmann

Margarethe von Trotta porta in concorso alla Berlinale “Ingeborg Bachmann – Viaggio nel deserto”, un film sul matrimonio tormentato della grande autrice austriaca. La maestra del cinema tedesco, però, non riesce nel difficile compito di raccontarla senza, parzialmente, nascondercela…

«Non si può amare Berlino, è troppo grigia», e la sala della Berlinale scoppia a ridere, qualcuno addirittura accenna un timido applauso. Eppure la città, lì fuori, stava regalando un sole freddo ma luminoso. Forse la voglia di sentirsi dentro un film è troppo forte per qualsiasi pubblico.

O forse, più semplicemente, Margarethe von Trotta, la regista che ha messo quella frase nel suo film, conosce il suo pubblico e sa come prenderlo. Oltre cinquant’anni di carriera, d’altronde, dànno anche questo tipo di sicurezza.

La maestra del cinema tedesco torna in concorso a Berlino rimanendo fedele a se stessa, ai suoi amori letterari e alla sua visione femminile e femminista del mondo. Questa volta concentrandosi sulla vita dell’autrice austriaca, Ingemor Bachmann, una delle voci più interessanti del cosiddetto Gruppo 47, quella libera associazione di scrittori e critici tedeschi, che dopo gli orrori del nazismo, pose particore accento sulle responsabilità etiche dell’intellettuale nella società.

Il film aggiunge al nome della poetessa anche un sottotitolo, Viaggio nel deserto. È l’arido territorio in cui si muove tutta la vicenda, un viaggio vero nel Sahara e un altro, metaforico, nella vita di Bachmann, prosciugata dal matrimonio fallimentare con il drammaturgo svizzero Max Frisch.

Non è la prima volta, com’è noto, che Von Trotta si addentra nella biografia di una donna di spicco del mondo tedesco (poiché la lingua va al di là dei confini, l’aggettivo è da intendersi in senso più ampio rispetto al mero significato geografico). Il suo Rosa Luxemburg era diventato rapidamente un culto, mentre in tempi più recenti aveva messo in scena la vita di Hannah Arendt.

In entrambi i casi la protagonista, bravissima, era Barbara Sukowa. Ma per Ingemor Bachmann von Trotta ha scelto un profilo più giovane, quello della talentosa attrice tedesca Vicky Krieps. Durante il film se ne intuisce la ragione: la sua protagonista ha fame di esperienza e di vita. Von Trotta non la invecchia neanche, in una sorta di omaggio visivo, per donare a Bachmann la freschezza che ha sempre cercato.

L’andamento della trama è sobbalzante, si passa da un luogo all’altro senza soluzione di causa. Ogni città ha il suo significato e la sua atmosfera, così come uno o più amanti, ciascuno custode di un suo modo di essere. Una geografia emotiva, per così dire, che si rafforza ancora attraverso la metafora del deserto.

C’è anche l’Italia, patria d’elezione di Bachmann, innamorata di Roma. È chiaramente una visione cartolinesca della città, ma non si può pretendere che sia chi l’ha vista solo da turista a risolvere in un ritratto sincero il rebus perenne della Città Eterna. Tuttavia, scegliere attori italiani per gli autoctoni avrebbe certamente aiutato. L’unica lodevole eccezione è la fugace apparizione di Renato Carpentieri nei panni di Giuseppe Ungaretti, di cui Bachmann fu traduttrice per il tedesco.

Von Trotta forse si chiude troppo a riccio attorno alla sua protagonista, nel tentativo quasi di proteggerla dal film e dal pubblico. Il risultato però è allontanarla, senza concedere altri elementi su cui concentrarsi. L’eccezione lodevole sono le immagini di grande impatto girate nel deserto, specie al crepuscolo, per le quali il suo direttore della fotografia, Martin Gschlacht, può sperare nel premio al miglior contributo artistico.

Di Bachmann, dal film, sarebbe ingiusto dire che non rimane nulla. Eppure molto sfugge, specie della sua attività letteraria e poetica, che sembrano quasi essere effetti collaterali della storia. Il focus è il suo matrimonio in crisi e le sue conseguenze, la cui messa in scena non si libera totalmente da strutture stereotipate, al limite dello scontato.

Von Trotta ci porta nel deserto, ma non trova la chiave per renderlo rigoglioso come sembrava avere intenzione di fare. Nella corsa all’Orso d’oro si giocherà le sue carte più per il suo valore extrafilmico che per il suo risultato effettivo.


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.


© BOOKCIAK MAGAZINE / Tutti i diritti riservati

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma n. 17/2015 del 2/2/2015
Editore Associazione culturale Calipso C.F.: 97600150581