Aspettando Bookciak, Azione! cominciamo dai libri. In un fumetto l’ album di figurine della nostra adolescenza

Vi presentiamo “Si muove la città”, graphic novel di Marco Petrella (Quinto Quarto 2024) tra i libri vincitori di Bookciak Legge 2025, la cui premiazione si svolgerà il 16 aprile alla Casa delle letterature di Roma. Alle sue pagine saranno ispirati i bookciak 2025 di cui scopriremo i vincitori il 5 e 6 settembre nell’ambito di Bookciak, Azione! evento in chiusura delle Giornate degli autori veneziane. È come sfogliare l’album delle figurine solo che al posto dei calciatori ci sono i dischi, i luoghi, le letture, gli incontri di quel campionato che è stata la nostra adolescenza nel gran frullatore degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. La stessa generazione di chi scrive e che col giardiniere fumettista ha condiviso anche molti anni di militanza nella redazione romana de L’Unità…

La Latteria di Campo de Fiori, dove andavamo negli anni Settanta perché già allora era un posto fuori dal tempo, con il flipper e il bancone di marmo e le uova fresche in vendita sfuse e i cappuccini grandi il triplo del normale, ora è un cocktail bar, simpatico ma come tanti, troppi, là intorno.

È un mondo che non c’è più ma che rivive con dolce nostalgia, quello che scorre nelle pagine di Si muove la città, a mio parere il lavoro più bello di tanti lavori belli firmati da Marco Petrella, giardiniere fumettista con cui condivido la generazione e molti anni di militanza nella redazione romana de L’Unità.

Il suo libro, pubblicato da Quinto Quarto, vincitore della 4a edizione del Premio Bookciak Legge nella categoria Graphic Novel, è la più perfetta delle madeleine. È come sfogliare l’album delle figurine, celo, celo, manca, solo che al posto dei calciatori ci sono i dischi, i luoghi, le letture, gli incontri di quel campionato che è stata la nostra adolescenza nel gran frullatore degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso.

E infatti anche visualmente la graphic novel sembra quasi uno scrapbook, che raccoglie pagine strappate dai diari, ritagli di giornali, biglietti di concerti, poster, locandine, memorabilia di un tempo in cui Roma aveva voglia di dimenticarsi gli anni bui, quelli che avevano lasciato sull’asfalto Giorgiana Masi.

Giravano parole d’ordine come “riappropriarsi della città”, Giulio Carlo Argan non era solo l’autore del libro dove tutti studiavamo storia dell’arte ma era anche il nostro sindaco e aveva chiamato in giunta un giovane architetto, Renato Nicolini, che ci ha cambiato la vita non meno del nostro disco o film preferito.

Nicolini diventò “l’assessore dell’effimero”, nel 1977 quando ancora non c’era stato il sequestro di Aldo Moro. Si inventò l’Estate Romana e, come racconta Marco, non c’era una sera di quella estate che non ti venisse voglia di uscire di casa e andare magari alla Basilica di Massenzio “che nessuno di noi conosceva prima che iniziassero a proiettarci i film la sera”, e poi diventò l’appuntamento “più seguito dell’estate romana”, annota Marco sotto il disegno di una coppia che si avvia verso le sedie sotto lo schermo, magari per vedere Senso di Luchino Visconti.

Saltavano in quegli anni le barriere tra la cultura “alta” e il “pubblico di massa”, che non era più solo fruitore ma soggetto protagonista dello spettacolo di famigliole e intellettuali, zie e giovani fricchettoni, tutti insieme a godersi l’evento. Gramsci ne sarebbe stato entusiasta. Nel celo celo manca, spunta uno dei momenti clou di quella stagione, il festival dei poeti a Castelporziano, con l’invasione e il crollo del palco che tutti ricordiamo; troppa era la voglia di prendere la parola, più forte anche del rispetto per i maestri della Beat Generation che guardavano allibiti il caos di quella folla decisa ad appropriarsi del microfono a ogni costo.

Si leggeva tanto, si leggeva sempre; Marco lo faceva anche sul lavoro, appollaiato sulla sua scala da giardiniere durante una pausa. Ci sono momenti, passaggi, c’è una leggerezza nello sguardo e nel racconto che mi fa pensare a lui come a una sorta di Marcovaldo moderno, se Marcovaldo fosse nato a Roma e fosse cresciuto a pane e dischi dei Talking Heads e film di Nanni Moretti.

Quella magnifica innocenza marcovaldiana attraversa come un filo rosso tutto il racconto, sparge in tutte le pagine una porporina di meraviglia e felicità della condivisione e della continua scoperta. Che è anche quella del lavoro, dei roseti da curare che sono preziosi quanto i luoghi della città che vengono riscoperti e fatti crescere anche loro. I cineclub da carbonari come il Filmstudio di Trastevere; il traforo di via del Tritone dove ci siamo tutti trovati, anche quando ancora non ci conoscevamo, a ballare con l’orchestra dal vivo la notte del Capodanno del 1982 per poi fare l’alba a guardare i film al cinema Rialto.

Nello scrapbook di Marco c’è anche il quadratino rosa del biglietto del concerto degli Smiths il 14 maggio del 1985 al Tendastrisce, un pezzo di mitologia metropolitana. Chi c’era viene considerato come se avesse assistito alla prima discesa di un ufo sulla terra, protagonisti di qualcosa di unico e irripetibile; io avevo rischiato di perdermi l’inizio del concerto perché avevo avuto la malaugurata idea di fare la scrutatrice quel giorno (c’erano le elezioni amministrative), arrivai che Morrissey era appena salito sul palco e già si era scatenato il delirio, fiori che volavano ovunque.

Se questo libro fosse un film sarebbe un po’ Caro Diario di Nanni Moretti e un po’ anche Baci rubati di Truffaut, tra lo sfrecciare in Vespa per la città, “la stessa Vespa che mio padre usava per consegnare i telegrammi”, quando “potevo ancora girare col vento nei capelli e in testa una canzone appena uscita”; e i primi baci con la ragazza di cui si era innamorato, che aveva i capelli lunghi e “somigliava a Joni Mitchell”.

Amo molto una pagina chiave per me, quella dove, sotto al disegno della testata di Frigidaire, Marco ricorda un tempo in cui non si aveva paura di cosa sarebbe stato, si viveva come dei flaneur postmoderni: “Perdigiorno e perditempo, non pensavo né al futuro né al lavoro, i pochi soldi destinati a libri & dischi”.

Ecco, Si muove la città è il racconto collettivo di una generazione che ha perso tempo con intelligenza e contezza, e tra un concerto dei Talking Heads al Palaeur e un cappuccino a Campo de Fiori ha saldato un dna culturale e politico dove quel mondo continua a vivere anche se nella realtà non c’è più, cancellato come gli omini luminosi che Keith Haring disegnò un giorno sul lato della scalinata del Palazzo delle Esposizioni, prima che arrivassero i vigili incoscienti a fermarlo e rimuovere tutto.


Alba Solaro

Giornalista


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