Cecilia e Mariangela, due generazioni doc a confronto sul Sud post-industriale

Dietro le quinte del ritorno “in fabbrica” di Cecilia Mangini nel 2012, quando insieme a Mariangela Barbanente, è tornata nel suo Sud per raccontare la post-industrializzazione di quelle terre. Ieri protagoniste del miracolo industriale, oggi avvelenate come testimonia il caso dell’Ilva. Il documentario è “In viaggio con Cecilia”. Di seguito l’intervista alle due registe, pubblicata su l’Unità il 22-12-2012 …

Doveva essere un viaggio a ritroso nei luoghi dei suoi film, è diventato un film sulla post- industrializzazione al Sud. Con una speranza: che la partecipazione, la voglia di battersi esplosa a Taranto di fronte all’ordinanza di chiusura dell’Ilva, sia un “nuovo inizio” verso “una democrazia che riparta dal basso”.

E non sarebbe potuto essere altrimenti conoscendo la verve da combattente di Cecilia Mangini. A 85 anni, la decana del cinema documentario italiano, non cede neanche ora alle lusinghe dei «santini» o delle «celebrazioni». Preferisce piuttosto continuare ad esercitare la riflessione critica, a guardare il mondo con gli occhi ben piantati sulla realtà, per raccontarla, come ha sempre fatto – in coppia con Lino Del Fra, compagno di una vita – dalla parte degli esclusi, dei più deboli.

Da dove partì, del resto, sul finire dei Cinquanta quando coinvolse Pasolini nei suoi primi documentari dedicati ai ragazzi di vita (Ignoti alla città, La canta delle marane), proseguendo nella lezione dell’antropologo Ernesto De Martino (Stendalì) e indagando sulle trasformazioni sociali dell’Italia del boom economico, la nascita della classe operaia, soprattutto al Sud (Brindisi ‘66, Tommaso, Essere donne), fino ai temi dell’aborto, della sessualità e dell’amore tra gli operai dell’Italsider di Taranto (Comizi d’amore ‘80).

Così quando Mariangela Barbanente, più giovane di quarantanni di Cecilia e un avviato percorso nel documentario (Il trasloco del bar di Vezio, Ferrhotel), oltre che l’origine pugliese in comune (entrambe nate a Mola di Bari), le ha proposto di fare un film con e su di lei (In viaggio con Cecilia), le ha risposto un po’ evasiva. Anzi, dice Mariangela sorridendo, durante una pausa del montaggio (lo firma Ilaria Fraioli): «mi ha detto sì, ma sperando fino all’ultimo che il film non si facesse. Temeva si trattasse di una celebrazione. Poi le ho spiegato meglio il progetto. L’idea è semplice, lo sguardo incrociato di due generazioni diverse come le nostre su quel Sud industrializzato che ha raccontato al suo nascere coi suoi film».

Cecilia, dal canto suo, conferma: «Ho detto sì, tanto mi sembrava irreale la cosa. Poi quando Mariangela si è messa in azione ho capito che la macchina si metteva in moto davvero: panico. Era dall’80 che non giravo più, non sapevo nulla di nuove tecnologie, ed oggi tutto è cambiato. Quindi mi sono calmata e mi sono detta: accetto la sfida!».

Ed è cominciato il viaggio. In macchina, Cecilia e Mariangela alla guida. Verso Sud. Da Taranto. «È da lì che sono voluta ripartire – racconta Cecilia -. Da dove con la nascita dell’Italsider, nei Sessanta, abbiamo assistito alla grande affermazione della classe operaia. Trasformandosi in uno dei simboli dell’industrializzazione, l’inizio della rinascita del Sud. Così come allora sembrava». Fino ai fatti di oggi, cioè la chiusura, i tumori, le morti.

A raccontarci com’è andata la storia, infatti, sono gli stessi operai che in quella fabbrica hanno lavorato. Tre pensionati che le due registe intervistano. E che ci raccontano del passaggio dal pubblico al privato. La svendita dell’Italsider all’industriale dell’acciaio Riva e il cambio di nome in Ilva. «Un padrone – raccontano gli operai – che ha vampirizzato, sfruttato», senza rispettare le norme sulle emissioni, inquinando e avvelenando. Uomini e ambiente. Eccole ancora le due registe sulle acque del Mar Piccolo, di fronte a Taranto. Tra i raccoglitori di cozze. «Le cozze tarantine – spiega Cecilia – facevano parte dell’identità di questa terra», oggi sono crostacei avvelenati che avvelenano. A raccontarlo sono gli stessi pescatori costretti a buttare via la maggior parte del pescato, insieme alle loro prospettive di futuro.

Ed è proprio mentre prosegue il loro viaggio, spiegano le registe, che arriva la notizia dell’ordinanza di chiusura dell’Ilva.

«Qualcosa di incredibile è successo in quei giorni – attacca emozionata Cecilia, mentre gesticola con le sue mani sottili – qualcosa che ha a che fare con una ritrovata identità operaia o che almeno tende a ritrovarla, opponendosi al ricatto padronale». Cecilia parla, infatti, di quel «Comitato dei lavoratori e dei cittadini liberi e pensanti», bel «nome illuminista – commenta – a cui fanno capo dai sindacalisti agli ultras del calcio. Un movimento assolutamente trasversale che è contro la chiusura della fabbrica, ma allo stesso tempo non è disposto ad accettare qualsiasi compromesso».

Insomma, ne è convinta Cecilia Mangini, Taranto, nonostante tutto, «può diventare una speranza in grado di diffondersi in tutto il paese. La forza intera di una città che si oppone a Monti, al berlusconismo». Questo, dunque, racconterà il nuovo film di Cecilia Man- gini e Mariangela Barbanente, prodotto da Gioia Avvantaggiato, con Raicinema, il Mibac, la Elenfant di Bologna e l’Apulia filmcommis- sion.

«La battaglia dell’Ilva – conclude Cecilia Mangini -, insomma, dice tanto sul nostro presente, sul vuoto e sull’assenza della politica che c’è stato fin qui. Ma soprattutto dice della voglia e della necessità di partecipazione dal basso, per ritrovare un’idea di democrazia che sia realmente partecipata». Mentre a noi, questo film, ci dirà ancora una volta dell’inarrestabile voglia di raccontarci il presente di questa ragazza ottantacinquenne che ha fatto la storia, e continua a farla, del nostro cinema della realtà.