C’era una volta la classe operaia (francese). Dalle fabbriche ai gilet gialli nel doc che racconta (anche) la nostra storia a Cannes

Passato alla Quinzaine des réalisateurs “Retours à Reims (Fragments)”  folgorante documentario di Jean-Gabriel Periot dall’omonimo romanzo del sociologo francese Didier Eribon. Un toccante viaggio attraverso la storia operaia della Francia dai 50 ad oggi. Le trasformazioni politico- sociali e i “tradimenti” della sinistra, fino, in certi casi al voto dei comunisti per Le Pen. Chiudendo con le manifestazioni dei gilet gialli. Una storia, insomma, non solo francese …

C’era una volta la classe operaia. Ora ci sono i gilet gialli. Cosa è successo nel mezzo, in cinquant’anni di storia politica e sociale in Francia, e da noi non è stato tanto diverso, lo racconta Retours à Reims (Fragments) folgorante documentario di Jean-Gabriel Periot, autore d’oltralpe conosciuto per i suoi film d’indagine politico-sociale.

Passato alla Quinzaine des réalisateurs il doc è la messa in immagini, con magnifico repertorio anche da film, dell’omonimo romanzo del socioolgo francese Didier Eribon, tradotto in Italia da Bompiani nel 2017 dieci anni dopo l’uscita francese.

Un racconto anche provocatorio che intreccia il privato col collettivo. La famiglia operaia delle sue origini, la fedeltà al partito comunista e, nel mezzo soprattutto, le figure femminili. Una nonna controcorrente che nei primi decenni del ‘900 sceglie di essere libera, anche nella sessualità. Per poi pagarla, a guerra finita, con la gogna della rasatura del cranio e l’accusa di collaborazionismo. E sua madre invece segnata dalla fatica del lavoro, sacchi di 25/30 chili da trascinare ogni giorno, un marito rabbioso e frustrato e tante lotte da portare avanti.

La differenza sociale Didier bambino l’ha capita subito. Lavoratori, contadini e i borghesi dall’altra parte. Il diritto allo studio e l’abbandono scolastico da parte dei figli degli operai. Lo sfruttamento in fabbrica, sul posto di lavoro. E ancora le donne, gli aborti clandestini, i salari da fame. Essere comunisti, dicevano in famiglia, era battarsi per un sistema alternativo a tutto questo.

Ecco, la forza di Retours à Reims, il romanzo come il film, è proprio il racconto, l’analisi, meglio la riflessione su come questa famiglia di comunisti sia arrivata a votare Le Pen. Così come del resto è accaduto anche da noi con i voti alla Lega, quella dei primi anni di Bossi.

In Francia magari tutto comincia un po’ prima e prosegue negli anni ’80 quelli di Mitterrand con i socialisti al potere, le fabbriche che chiudono, la classe operaia che cambia al punto da non essere più tale. La disoccupazione che sale, il capitalismo che trova nuove forme e gli emigrati che diventano i nemici anche per la sinistra. Georges Marchais, segretario del PCF (dal 1972 à 1994) è tra quelli che vogliono mettere il blocco all’emigrazione perché “crea razzismo”.

Il Fronte Nazionale raccoglie allora nello scontento generale. Tra quei lavoratori che non si sentono più di appartenere a una classe, tra quel proletariato precario e isolato. Mentre la sinistra al potere “ricicla” a poco a poco le parole d’ordine dell’estrema destra, come la “sicurezza”.

È una storia condivisa, evidentemente, non solo francese. Tanto più toccante perché ci appartiene. Almeno a poco prima del finale: i gilet gialli che manifestano per le strade di Parigi e della Francia sono come un fiume in piena, tra i fumogeni e le cariche della polizia. Stesse immagini di un tempo che fu.

Retours à Reims, però, non trae conclusioni. Proprio come La fracture, commedia di Catherine Corsini passata in concorso che mette in scena lo scontro di classe tra sinistra borghese e gilet gialli all’interno di un ospedale al collasso. Anche in questo caso non ci sono risposte, ma nuove domande. Bene che sia anche il cinema a intterogarsi.