Coney Island, così amata da Hollywood. Così adatta alle “fughe” (anche simboliche)

È uno dei luoghi più visitati dal cinema, fin dai suoi esordi. Ultimo “La Ruota delle Meravigliedi Woody Allen. Coney Island sta alla base della storia di New York, popolarissimo luogo di villeggiatura e campionario di attrazioni coi suoi Luna Park. Ma anche luogo di fughe, reali e simboliche, come ne “Il piccolo fuggitivo” del ’53, pellicola di culto per la Nouvelle Vague a cui guarda anche il vecchio Woody …

Il cinema attraversa la città e se la città è New York, spesso, si ferma a Coney Island, come nell’ultimo film di Woody Allen, La Ruota delle Meraviglie (Wonder Wheel).

Una tappa quasi obbligata che ha fatto altre volte: da A rotta di collo (1928) di Ted Wilde con Harold Lloyd a Imitation of Life (1959) di Douglas Sirk, da I guerrieri della notte (1979) di Walter Hill a Requiem for a Dream (2000) di Darren Aronofsky, a Brooklyn (2015) di John Crowley.

Del resto la piccola penisola, parte del distretto di Brooklyn, sta alla base della storia di New York, fin da quando fu scoperta nel 1609 dall’esploratore Henry Hudson (che diede il suo nome al celebre fiume su cui sorge Manhattan). All’epoca era un’appendice sabbiosa, popolata da conigli (in olandese konjn, da cui, forse, il nome Coney) e abitata dagli indiani nativi Canarsie che, nel 1654, la barattarono con i coloni olandesi in cambio di fucili e polvere da sparo. Secoli dopo diventerà terreno di sperimentazione per l’urbanizzazione di Manhattan, oltre che popolarissimo luogo di villeggiatura e campionario di attrazioni con i suoi parchi di divertimenti, da Luna Park a Dreamland, e con le straordinarie macchine giocose: la ruota panoramica Wonder Wheel, l’ottovolante Cyclone e il Parachute Jump.

“Brooklyn” (2015) di John Crowley

Ovvio che Hollywood se ne occupasse e scegliesse Coney Island almeno come sfondo dei suoi sogni. Ma c’è un film – oltre a quelli citati e ad altri (vedili qui) – che di Coney Island fa luogo privilegiato dell’azione drammatica. Si tratta di Little fugitive («Il piccolo fuggitivo») diretto, nel 1954, da un trio di registi: Ray Ashley, Morris Engel, Ruth Orkin. La prima proiezione, alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1953, valse al film un Leone d’Argento a pari merito con I vitelloni di Fellini, I racconti della luna pallida d’agosto di Kenji Mizogouchi, Moulin Rouge di John Huston, Teresa Raquin di Marcel Carné, Sadko di Aleksandr Ptushko e Bora su Trieste di Alberto Vitrotti (in quell’anno non venne assegnato il Leone d’Oro).

Ci siamo ricordati del «piccolo fuggitivo» quando abbiamo visto Richie (Jack Gore), il figlio di Ginny (Kate Winslet) nel film di Allen. Un ragazzino che trova soddisfazione solo marinando la scuola e passando le giornate al cinema; e che sfoga la sua depressione appiccando il fuoco a tutto ciò che gli capita. Solo è anche il protagonista di Il piccolo fuggitivo, Joe Norton (interpretato da Richie Andrusco), un ragazzino di sette anni che vive in un sobborgo di Brooklyn con il fratello più grande Lennie (Richard Brewster). Un giorno la mamma li lascia soli a casa (deve andare a trovare sua madre in ospedale) e il piccolo Joe resta profondamente deluso perché dovrà saltare la promessa visita al Parco di Coney Island. Cerca consolazione dal fratello che, mal sopportando il fratellino, durante un gioco finge di morire dopo una sparatoria con armi giocattolo. Sconvolto e impaurito per le conseguenze del suo «delitto», Joe scappa di casa e finisce a Coney Island dove passerà la sua giornata, distratto per qualche ora (alla fine verrà ritrovato e riportato a casa) dai baracconi, dalle luminarie e dalle attrazioni del parco dei divertimenti.

Magnificamente fotografato in bianco e nero, recitato benissimo dal piccolo Richie Andrusco – che guarda un po’ ha lo stesso nome del ragazzino di La Ruota delle Meraviglie di Woody Allen – il film con scarni dialoghi ma accompagnato da una suggestiva colonna sonora è un affresco sull’infanzia – più o meno abbandonata e disadattata – della società americana degli anni Cinquanta e un efficace ritratto di una lower-middle-class dei sobborgi newyorkesi. Di più: Il piccolo fuggitivo divenne un culto e un modello, anche nel suo aspetto produttivo indipendente, per la Nouvelle Vague francese (e non solo); film dal quale fu in parte influenzato François Truffaut nel suo I quattrocento colpi.

Un consiglio: recuperatelo in dvd o cercatelo in rete. Poi andate a vedere quest’ulteriore gioiello di Woody Allen e metteteli a confronto. Potrete scoprire che Coney Island risulta, nel cinema e nella realtà, un luogo simbolico della fuga: nell’infanzia (o dall’infanzia?) per quanto riguarda Il piccolo fuggitivo; oppure, specularmente, una rutilante prigione per i protagonisti dell’alleniano La ruota delle meraviglie dove sono costretti i sogni di fuga di Ginny e del figlio Richie.