Corsivino 1. Se il critico fa gli spot al cinema come i consigli per gli acquisti

È un sabato invitante. Una bellissima giornata post Natale. Vado a fare due passi sotto castel Sant’Angelo con mio nipote Samuele, curioso e intelligente, con il progetto di infilarci al cinema alle 14 e 40 per il film di Jim Jarmusch che si è portato a casa il Leone a Venezia.
Pensavo fossimo in tanti, ma non mi sembra che in sala i presenti siano più di una decina.
Parte sparata la pubblicità. Poi sullo schermo spuntano due signori anziani in poltrona che suggeriscono, ai forse meno di 10 spettatori, quale film, dopo quello che tra un po’ vedremo, sarebbe il caso che andassimo a vedere.
Il maschio dalla rada chioma e barba bianca si dilunga con entusiasmo compiaciuto sul carismatico prodotto di Zalone, la signora ancor bionda opta invece per La Primavera di Michieletto. E lo schermo ci fornisce il loro nome: Piera Detassis e Gianni Canova. Ma oltre al mio giovane accompagnatore che certo non li conosce, mi domando quanti dei presenti siano nelle sue stesse condizioni.
Io per mestiere li conosco: sono due noti critici cinematografici e a maggior ragione mi chiedo sbalordita questo: che bisogno c’è, da parte loro, di pubblicizzare un prodotto che di pubblicità non ha davvero bisogno come il Buen Camino, in quanto a incassi, di Checcone? Ma anche quello su Vivaldi di Damiano Michieletto, noto e stimato regista veneziano d’opera che di sicuro porterà al cinema parecchi suoi estimatori.
Il punto è questo: i noti critici cinematografici non dovrebbero fare un più utile e inedito lavoro incuriosendo gli aspiranti spettatori con scoperte e proposte forse imprevedibili? Quelli che, se non li silurano subito, riescono a tirare avanti solo grazie a un sentito passa parola? Mi viene in mente, ad esempio, proporre il delizioso Gioia mia di una regista esordiente da poco uscito nelle sale.



