E Gianni prese la Leica. La scomparsa di Berengo Gardin “fotografo dell’uomo”

È morto a Genova, il 7 agosto all’età di 94 anni, Gianni Berengo Gardin, maestro del racconto fotografico. Sebastiao Salgado, altro grandissimo fotografo, anche lui artista di immagini di denuncia scomparso recentemente lo ha definito “fotografo dell’uomo”.
Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, dopo aver vissuto a Roma, Venezia, Lugano e Parigi, nel 1965 si era stabilito a Milano, iniziando la sua carriera da professionista, che lo ha visto impegnato nella fotografia di reportage, d’indagine sociale, di architettura, di descrizione ambientale.
Il suo incontro con la Leica è stato da molto giovane, quando ragazzo e insofferente al fascismo Gianni prese in mano la macchina fotografica della madre e invece di consegnarla ai tedeschi, come era stato ordinato, andò in giro a fare foto.
Fotografò i cambiamenti sociali degli anni ’60, con i migranti nella Stazione Centrale di Milano, l’humus che nutriva in quegli anni l’Italia, compresa la successiva contestazione giovanile, con la foto che immortalava la Celere che caricava di dimostranti in piazza San Marco, l’impegno sociale, con i suoi scatti sui manicomi che lo avvicinarono a Basaglia, le amicizie con gli scrittori ma anche con gli imprenditori illuminati, con Olivetti, poi l’esperienza di Luzzara con Zavattini negli anni ’70, fino al sodalizio con Renzo Piano negli anni ’80 nei suoi cantieri, a Genova.
Ha collaborato con le principali testate italiane ed estere (Il mondo, Domus, Epoca, L’Espresso, Le Figaro, Time, Stern), pubblicato oltre 260 volumi fotografici e esposto i suoi lavori in oltre 360 mostre personali in Italia e all’estero.



