“Hotel Gagarin”, sgangherati on the road in Armenia. Un debutto lieve come la neve
In sala dal 24 maggio (per Altre Storie), “Hotel Gagarin” opera prima di Simone Spada. Una combriccola di cinque sgangherati personaggi che si ritrovano in Armenia per girare un film. Ma in realtà è solo un imbroglio, architettato da un politico corrotto. In più la guerra blocca la comitiva per mesi nell’hotel del titolo. Niente di nuovo dunque, ma un niente lieve come la neve che copre le grandi pianure di questa commedia …

“Hotel Gagarin vuole essere una commedia romantica, brillante, malinconica e un po’ visionaria”. E scusate se vi sembra poco. Ma siccome la definizione è del regista, Simone Spada, (alla prima prova da regista dopo una interminabile carriera da vice di Edoardo Leo, Wilma Labate, Claudio Caligari, Gabriele Mainetti e altre firme di peso) e siccome “pure uno scarafone…” eccetera eccetera, la possiamo passare per buona. E, fatta la doverosa tara, dal 24 maggio ci possiamo godere una simpatica commedia che rimastica con gusto stili e archetipi della commedia italiana.
Dunque: c’è il coattone romano tuttofare, elettricista, accroccatore, geniale artigiano dalle mani e dal cuore d’oro (Claudio Amendola); lo strafatto di ogni possibile porcheria fumabile, aspirabile, inghiottibile, anche lui tanto buono e sensibile, che mastica di fotografia (Luca Argentero); il Professore di storia frustrato, amante della Grande Madre Russia in tutte le sue incarnazioni, sognatore, bonaccione e credulone (Giuseppe Battiston); una bella e conturbante imbrogliona che si presta alla qualunque pur di alzare un po’ di grana (Barbara Bobulova); la borgatara che alla prima inquadratura capisci che è una poveretta che non sa dire di no, ma dal cuore puro che cerca solo una occasione per cambiare vita (Silvia D’amico); una bionda slava che sembra gelida, noleggiata per guidare la smandrappata comitiva in terre apparentemente inospitali ma che in fondo anche lei potrebbe concorrere al premio Livio Tempesta per la bontà (Caterina Shulha), ecco, prendeteli tutti e sbatteteli in Armenia, in candidi paesaggi coperti di neve e spazzati dal vento, con temperature che, mentre giravano, ha raccontato ancora battendo i denti Amendola, scendeva sotto i meno venti.
Domanda: che ci fanno in Armenia? Ci sono andati per girare un film, che in realtà è solo un imbroglio, architettato da un politico corrotto che, in combutta con un improvvisato produttore, vorrebbe incassare i soldi dei contributi pubblici, mollare i nostri eroi e darsela. Per dirla con Woody Allen, “prendi i soldi e scappa”.
Ma c’è un inghippo: i nostri restano bloccati dalla guerra, la truffa viene scoperta, e i tapini per due mesi non possono più abbandonare l’enorme e deserto Hotel Gagarin che era stato aperto fuori stagione esclusivamente per loro.
Questi due mesi diventano il cuore del film. I personaggi si spogliano delle maschere, scoprono le carte, confessano sogni, nascono amori. Fino a quando il film diventa un film sul cinema anche se il regista dice che in realtà la collaudata formula del cinema che racconta il cinema, la usa solo come pretesto. Perché la sgangherata combriccola entra in contatto con la comunità locale e scopre un senso alla presenza in Armenia allestendo nell’albergo un set dove è possibile trasformare i sogni dei paesani in realtà, girando brevi sequenze: chi vorrebbe fare l’astronauta, chi il cow boy, chi la ballerina, chi essere Humphrey Bogart, ognuno trova il proprio momento di gloria, di spensieratezza, di fuga dal grigiore del vivere quotidiano.
Il finale è un classico happy end, che lascia il sorriso sulle labbra.
Niente di nuovo dunque, ma un niente lieve come la neve che copre le grandi pianure e i tetti di belle chiesette antiche. Bravi gli attori, (anche un Philippe Leroy fuori quota ma coerente col clima stralunato che assume l’albergo) tutti consumati caratteristi che recitano per l’ennesima volta un copione già recitato cento volte, ognuno la solita collaudata maschera.
Bellissimi i paesaggi, affascinanti nella loro inospitalità. Simpatica la scoperta di un altro popolo che vuole le stesse cose che vogliono tutti i popoli. Insomma tutto fila via liscio trascinato dal grande fiume del già visto, dei buoni sentimenti, della battuta scontata ma mai meno che corretta.
Ma si, se volete trascorrere un pomeriggio tranquillo aspettando l’arrivo dei film impegnati e complessi che mietono prestigiosi premi internazionali, Hotel Gagarin (produzione Leone film group con Rai cinema, distribuito da Altre storie) è il vostro film.
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