Il cinema che uccide. I “Last Movies” delle celebrità, ironico e nero doc sulla controstoria cineletteraria del ‘900

Presentato alla Mostra del cinema di Pesaro appena conclusa, il documentario di Stanley Schtinter “Last Movies” (tratto dal suo libro omonimo) che ripercorre, con la voce narrante di Jeremy Irons, la storia del cinema e di parte del Secolo breve attraverso gli ultimi film visti prima di morire da personalità come Franz Kafka, John Fitzgerald Kennedy, Boris Vian, Elvis Presley e molti altri. Un excursus dall’umorismo nerissimo che attraversa non solo le vite dei singoli, ma l’immaginario di una società dove si contaminano inesorabilmente la Storia e le storie dello schermo, offrendoci un saggio, eloquente e irriverente, sul potere di queste ultime…

 

 

Tutti noi, inevitabilmente, avremo il nostro “ultimo film” visto prima di morire, e può essere più o meno rivelativo di chi siamo e di come abbiamo vissuto: da questo assunto parte Stanley Schtinter, regista, autore, artista britannico (definito da Iain Sinclair addirittura «l’ultimo militante riconosciuto, l’ultimo rappresentante dell’avanguardia») che adatta il suo libro Last Movies nell’omonimo documentario di montaggio presentato in anteprima fuori concorso alla 62ma Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro.

Della settima arte, e di buona parte del Novecento, Schtinter ci propone qui una personalissima e irriverente contro-storia, seguendo appunto il filo degli “ultimi film” di personaggi che in un modo o nell’altro hanno inciso sul Secolo breve. Come lo scrittore Franz Kafka, che prima di lasciarci nel 1924 vide Il monello di Charlie Chaplin (ma aveva in programma anche il doc di propaganda sionista Return to Zion), o il collega Boris Vian, fulminato da un infarto nel 1959 mentre assisteva in sala alla proiezione dell’adattamento di un suo libro, Sputerò sulle vostre tombe. All’interrogativo se la trasposizione, da lui contestata, c’entrasse qualcosa col decesso, Louis Malle rispose: «Il cinema può uccidere, come qualsiasi altra cosa».

Ma non sono solo i chiaroscuri e le coincidenze macabre, enigmatiche o malinconiche nelle esistenze dei singoli (fra i tanti anche Bette Davis, Stanley Kubrick, Kurt Cobain e lo stesso Chaplin) ad emergere con l’excursus, narrato dalla voce di Jeremy Irons e intriso di humour nero. Ad essere tanto più interessante, sollevando l’esperimento dal rischio di somigliare a un gustoso ma sterile divertissement biografico-cinefilo, è la struttura per “costellazioni” di Last Movies, dove una figura rimanda a un film che a sua volta rimanda a un’altra figura e via così.

Un po’ scoprendo e un po’ ricordandoci, ad esempio, che l’ultima volta al cinema di John Kennedy prima di venire assassinato nel 1963 fu con 007, Dalla Russia con amore (dove la scena della fuga dalla “bocca” del cartonato di Marilyn Monroe fu censurata in seguito alla morte della star e amante dello stesso Presidente USA), e che Lee Harvey Oswald, condannato come esecutore materiale dell’attentato, possedeva, al momento dell’arresto, un altro romanzo sull’iconico agente segreto di Ian Fleming, La spia che mi amava. La cui versione cinematografica è stata l’ultimo film cui assistette la rockstar Elvis Presley (già profondamente turbato dalle immagini sull’omicidio Kennedy, temendo di fare la stessa fine), tanto per chiudere il cerchio.

O forse il cerchio non si chiude affatto, se aggiungiamo che l’ex inquilino della Casa Bianca fu decisivo, venendo incontro all’amico Frank Sinatra, per il semaforo verde alla produzione di Va’ e uccidi (The Manchurian Candidate, 1962, di John Frankenheimer, dal romanzo di Richard Condon), la cui realizzazione fu a lungo ostacolata dal contenuto politico del thriller, incentrato sul complotto per ammazzare un candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Ma tutti questi collegamenti, più che mostrarci eventuali disegni superiori ai limiti del cabalistico (peraltro in parte suggeriti, ancora con una certa ironia, dallo stesso Schtinter), ci parlano di una società dove le storie narrate dagli schermi e la Storia nel mondo reale si contaminano e influenzano a vicenda.

Il doc, allora, è anche e soprattutto un saggio sul potere (e la responsabilità) del mezzo cinematografico di incidere sull’immaginario: dalla figura del rapinatore John Dillinger, il cui mito negli USA della Grande Depressione e oltre è stato tradotto e alimentato dai gangster movie, e che fu ucciso dall’FBI (all’uscita dalla proiezione de Le due strade) lo stesso mese in cui il famigerato Codice Hays venne introdotto stringendo la morsa della censura sulle produzioni hollywoodiane, alla tragica vicenda dei santoni di Heaven’s Gate negli anni ’90. Il cui ultimo film visionato con i seguaci fu Segreti e bugie di Mike Leigh, considerandosi loro stessi “adottati” (come la protagonista) in un ciclo di nascite e rinascite tra cristianesimo e ufologia.

La delirante teoria della setta su un’ascensione aliena sfociata nel suicidio collettivo di 39 persone (era il 1997, degna anticipazione dei Duemila tra post-verità e pericolosi incantatori del web), strumentalizzò anche la popolarità della fantascientifica Star Trek: tra gli adepti, infatti, c’era Thomas Nichols, fratello di Nichelle Nichols (il tenente Uhura dell’Enterprise), che trent’anni prima Martin Luther King convinse a restare nel cast della serie per rafforzarne il messaggio antirazzista. La materia di cui sono fatti i sogni cinetelevisivi (e cineletterari) si conferma insomma materia che unisce nello stesso circuito sentieri creativi, psiche individuale e (som)movimenti della società. E il mezzo audiovisivo ci ricorda di essere legato alla morte, non meno di quanto lo sia alla vita.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.


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