Il ricordo. Giorgio Gosetti, maestro gentiluomo
Un ricordo di Giorgio Gosetti di Flavio Natalia, suo collega ed amico da trent’anni, quando entrambi si sono conosciuti nella redazione dell’Ansa, l’uno “già un gigante”, l’altro giovanissimo collaboratore alla fine degli anni ’80. Tanta vita in comune tra cinema, giornalismo e complicità. “E da quando al suo posto mi ha risposto la moglie in lacrime, provo un dolore strano, intenso, resistente. Quello di quando se ne va qualcosa di speciale. E che non è possibile sostituire” …

Giorgio è stato una figura di riferimento fin dai primissimi anni del mio percorso giornalistico. Quando arrivai all’Ansa alla fine degli anni ‘80, da giovanissimo collaboratore saltuario, non sapevo di essere entrato in una redazione di giganti. Eppure, era così. Quei giganti, almeno quattro o cinque, abituati a veder arrivare giovani di tanti tipi (e pochi “sopravvivere”), ti osservavano con divertito disinteresse fare i conti con una “capa” esigente, gelida e severa.
E non davano confidenza. Di fatto, per loro non esistevi. Dopo un paio di settimane, però, chissà perché, Giorgio Gosetti si affacciò al mio computer da dietro le mie spalle, stette a osservare per qualche istante ciò che scrivevo (era una notizia di tv, su un contenuto del varietà del sabato sera di Raiuno) e poi mi disse: “Ok: questa è la notizia. Perché ora non la trasformi in un articolo, anzi in un servizio?”.
E mi spiegò con poche parole come ampliare il respiro di ciò che avevo raccolto, collegarlo a cose successe nei giorni precedenti o che si attendevano per i seguenti. Di fatto, mi illuminò la strada per affacciarmi a un altro modo di fare il giornalista. Tanto è vero che a distanza di oltre 35 anni, quel momento lo ricordo ancora.
Fu anche l‘inizio di un’intesa che diventò amicizia, fatta di risate, battute, chiaccherate. “Secondo me voi ‘vecchi’ pensate solo a Hitchcock e Stanley Kubrick. Ma allora Alan Parker, Peter Weir, Walter Hill?”. E lui a quel punto ti seppelliva col sorriso sotto un mare di citazioni colte e dettagli divertenti, quasi giocando con la sua cultura, in un viaggio continuo tra alto e basso e ritorno che solo chi sapeva usare il cinema come lente per interpretare la meraviglia ma anche le giornate qualsiasi poteva fare. E lezioni, anche. Fatte mie e messe via proprio come quelle che arrivavano dall’altro vero gigante di quella redazione: Paolo Biamonte. Poi, mentre l’Ansa diventava la mia casa, Giorgio scelse il cinema, e si trasformò in semplice collaboratore della grande agenzia per cimentarsi con festival e lezioni universitarie, saggistica ed esperienze professionali al fianco di maestri della settima arte.
L’amicizia e l’intesa sono rimaste. Forti. E molti anni dopo, quando anche il mio percorso era cambiato, mi sembrò normale portare Sky, di cui ero diventato responsabile della comunicazione, nelle sue tante bellissime manifestazioni, dalla Festa di Roma al mitico Noir in Festival di Courmayeur.
E chi potevo chiamare, per primo, sette anni fa, dopo aver accettato di passare alla direzione di Ciak? Giorgio, naturalmente: “Vieni?”, come se ci fossimo sentiti per l’ultima volta il giorno prima. E lui: “Certo che sì”. Ed eccoci, 30 anni dopo, di nuovo a lavorare assieme tutti i giorni, a scambiare opinioni, ridere, mettere a punto idee, parlare di cinema, parlare di tutto.
In quei trent’anni Giorgio era cresciuto ancora: non era più solo un incredibile, completo erudito di cinema e letteratura e una penna sontuosa, ma anche un maestro gentiluomo di vita e di persone, dall’umanità sconfinata. Con il quale è stato un vero, continuo, sincero piacere avere a che fare. Ed ecco la partnership con le sue Giornate e le risate mentre si sceglievano le candidature ai Ciak d’oro, il suo colpo di genio che “raffinava” una mia idea appena abbozzata e quella sua capacità di scrivere di tutto lasciando il segno: film, tendenze, personaggi, miti, scenari, curiosità.
Ormai era diventata una tradizione, al suo ritorno dai grandi festival in giro per il mpondo. “Gio, al di là delle ‘messe cantate’, quali sono i film e le figure più nuove?”. E la sua risposta diventava … cassazione. Proprio come era accaduto tanti anni prima, quando – capitava, ogni tanto – gli telefonai dopo aver visto (e amato) Amores Perros dell’allora esordiente Inarritu: “Quel regista vince l’Oscar, vedrai”, mi rispose. Da allora, a dire la verità, Inarritu di Oscar ne ha vinti 5, pur essendo messicano, non statunitense.
Prima di scegliere una direzione con i ragazzi di Ciak, la frase consueta era “sento Giorgio e vi dico”. E se il suo “pezzo” doveva essere di una pagina, ma arrivava più lungo – e succedeva spesso – la mia reazione, dopo averlo letto, era sempre la stessa: “Ok, facciamogli spazio, è troppo bello per essere accorciato”.
Nei giorni scorsi Giorgio si era trovato ad ascoltarmi dire che mi era impossibile continuare l’esperienza di Ciak, visti i “piani” dei nuovi proprietari. E lui, che chiunque vorrebbe avere in una squadra, se non altro per il “nome” e il patrimonio di contatti, e che sono certo sia stato cercato dagli editori subentranti, magari per diventare direttore dopo di me, non ci ha pensato su neanche un istante: “Ok Fla, e quindi adesso quale è la prossima cosa che ci inventiamo?”.
Giorgio era così: una figura del nostro cinema tra le più conosciute e stimate a livello internazionale e un collega sempre pronto a stendere la sua autorevolezza al servizio di qualche iniziativa di base che gli sembrava di qualità e meritevole d’aiuto. A Venezia i suoi spazi hanno ospitato di tutto, uniti da un unico filo: il racconto delle diversità, delle novità, delle contraddizioni di questo mondo impazzito e di una strada per renderlo migliore, almeno un po’.
L’ho sentito per l’ultima volta ieri sera. Ma siamo stati in tanti, come sempre, l’ho scoperto parlando con altri colleghi, ognuno impegnato in una delle tante, diversissime iniziative che continuavano ad affascinarlo e per le quali si spendeva con l’energia di un ragazzino. E da stamattina, quando al suo posto mi ha risposto la moglie in lacrime, provo un dolore strano, intenso, resistente. Quello di quando se ne va qualcosa di speciale. E che non è possibile sostituire.
6 Ottobre 2017
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