Sepideh Farsi. “Essere contro le bombe che uccidono il mio popolo non fa di me un’alleata del regime”

Per gentile concessione di “Libération” pubblichiamo un intervento di Sepideh Farsi apparso sulle pagine del quotidiano francese il 5 marzo 2026. La regista della diaspora iraniana che osserva da lontano il suo paese bombardato dice: “Né tristezza, né gioia, né sollievo ma sono scossa da un’emozione indescrivibile”. Esiliata in Francia dal 1984 Sepideh Farsi invita a condannare allo stesso modo sia l’aggressione usa-israeliana che il regime dei mollahs …

Ascolto la voce del mio amico Hesam, con gli occhi chiusi. È il suo ultimo messaggio, arrivato da Teheran venerdì sera, alla vigilia degli attacchi: «Non preoccuparti per noi», mi dice parlando di sua moglie e di suo figlio, con tono rassicurante. “Stiamo bene. Nasim ha preparato una borsa con dei vestiti, sufficienti per alcuni giorni, in modo da poter lasciare Teheran con Aras, se iniziano ad attaccare».

Apro gli occhi su un video in cui si vede una donna in tuta blu che balla in una strada di Teheran dopo l’annuncio dell’eliminazione di Khamenei da parte di un missile israeliano. E penso a quel predicatore originario di Mashhad, mediocre secondo tutti quelli che lo hanno conosciuto da giovane, diventato un fedele seguace di Khomeini nel 1979 all’età di 40 anni, poi spinto a diventare Guida Suprema alla morte di quest’ultimo, da Rafsanjani, a sua volta trovato morto, annegato nella sua piscina nel 2017.

Durante una sessione stravagante dell’Assemblea degli esperti, vediamo un Khamenei nervoso, sudato fradicio, che inizialmente si oppone alla propria nomina a Guida, per poi rassegnarsi quando la quasi totalità dei barbuti con il turbante, i famosi
«esperti», si alzano per eleggerlo Guida Suprema ad interim fino allo svolgimento di un referendum. Referendum che non avrà mai luogo, dimenticato come molte delle promesse della Repubblica islamica. Nel corso degli anni, Khamenei diventerà uno dei tiranni più temuti della storia contemporanea dell’Iran.

Le lacrime mi scorrono sul viso. Non è tristezza, né gioia. Nemmeno sollievo. Singhiozzo, scossa da un’emozione indescrivibile, pensando a tutto ciò che quest’uomo – e il sistema da lui creato – ha fatto subire agli iraniani. Dicendomi che se n’è andato troppo in fretta, troppo facilmente. Che avrebbe dovuto essere processato, rispondere di tutti i crimini che ha commesso. Non essere eliminato da un missile straniero che si dichiara liberatore. Ma i tiranni spesso muoiono prima di essere giudicati.

Tra choc e rabbia rivedo l’ultima conversazione con mia madre, 83 anni, venerdì scorso, che mi dice di non voler più informarsi. «Mi angoscia, e non posso fare nulla, né controllare nulla. I vicini mi dicono di comprare cibo secco perché inizieranno gli attacchi e verrà tagliata l’elettricità. Ma non voglio prepararmi alla guerra. Per ora, guardo la luce finché ho la luce, e mi dico che è una benedizione. Il giorno in cui inizierà la guerra, vedremo…».

Guardo un altro video che mostra le abitazioni civili colpite dagli attacchi israelo-americani. Feriti, abbandonati a se stessi, sotto choc, in attesa dell’arrivo dei soccorsi. In questa immagine, il cielo di Teheran è nero. Ricordo gli otto anni di guerra con l’Iraq. Anche se all’epoca Mashhad era troppo lontana dal confine per essere bombardata dagli aerei iracheni o colpita dai missili, abbiamo conosciuto il razionamento, le interruzioni di corrente. Quarant’anni dopo, grazie ai progressi nel campo della balistica, Machhad può essere colpita senza problemi dai missili. E mia madre lo sa bene, nel giugno 2025 la città non è stata risparmiata dai missili israeliani.

Ho letto una notizia in cui Trump dice che forse riprenderà i negoziati con ciò che resta del regime. Poi un altro in cui dice che sta valutando la possibilità di collaborare con i gruppi armati in Iran. Un’ altra ancora in cui dichiara che il cambiamento deve venire dall’interno del Paese, dagli iraniani. E poi un’altra ancora in cui dice di avere diverse opzioni in mente, persone «popolari» apprezzate dagli iraniani.

Tra choc e rabbia, osservo attentamente le immagini della scuola elementare di Minab, colpita da un missile nelle prime ore degli attacchi israelo-americani, dove sono morte 168 bambine dai 7 ai 12 anni e più di 95 altre persone sono rimaste ferite. Mi ricorda le centinaia di scuole «colpite per errore» a Gaza e tutto ciò che resta da ricostruire. Mi ricorda le parole di Martin Luther King Jr.: «Abbiamo missili guidati e uomini smarriti”.

Ricordo la mia classe delle elementari nel quartiere Youssef-Abad di Teheran, dove condividevo il banco con compagni di tutte le confessioni: cristiani assiri e armeni, ebrei, musulmani, bwaï e zoroastriani… e penso a quell’Iran multietnico e multiconfessionale che ho sempre conosciuto. Mi chiedo se l’idea stessa di una tale convivenza possa sfiorare Donald Trump nella sua logica suprematista.

Vedo immagini di una parte della diaspora iraniana, che si colloca all’altra estremità dello scacchiere politico, che festeggia l’inizio dei bombardamenti israelo-americani sull’Iran e mi chiedo se ho già visto qualcosa di simile altrove. Un popolo che ringrazia i propri aggressori per le bombe che distruggono il proprio Paese? Per quanto cerchi, non vedo alcun precedente convincente in cui i bombardamenti abbiano portato all’avvento di un regime democratico.

Come una funambola, metto un piede davanti all’altro su una corda tesa sospesa sopra un deserto. Faccio attenzione a non perdere l’equilibrio. Faccio un passo e dico ad alta voce… No all’intervento militare straniero che non riporterà la democrazia.

Faccio un passo avanti e dico, sempre ad alta voce… No ai negoziati con il regime iraniano, chiunque lo rappresenti. Perché la sua natura non cambierà mai e sicuramente rilancerà la sua macchina repressiva contro i prigionieri politici.

Faccio un altro passo avanti e dico solennemente… Essere contro le bombe che cadono sul mio Paese e uccidono il mio popolo non mi rende un’alleata del regime.

Faccio ancora un passo e dico ai miei amici e a quelli che credevo fossero miei alleati… che non si può essere compiacenti nei confronti di un regime che uccide il proprio popolo e massacra i propri giovani, a nessun prezzo.

Un altro passo avanti e dico che condannare gli “attacchi preventivi” israelo-americani come violazione del diritto internazionale è la cosa più sensata che si possa dire oggi, e fare tutto il possibile per porvi fine è solo la necessaria espressione della nostra umanità, se vogliamo mantenerla viva.


Sepideh Farsi

Regista della diaspora iraniana da decenni attiva in Francia, attraverso documentari e film dove le donne sono protagoniste. Tra i suoi titoli più recenti "Your Soul On Your Hand and Walk", doc manifesto in memoria di Fatma Hassona, la giovane fotoreporter uccisa a Gaza dagli israeliani.

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