L’innocenza perduta sulle rive del Bosforo. Orhan Pamuk a puntate su Netflix

Disponibile su Netflix dal 13 febbraio “Il museo dell’innocenza” serie in 9 puntate della regista turca Zeynep Günay Tan, ispirata all’omonimo romanzo del “Balzac del Bosforo”, Orhan Pamuk. Rimandato al mittente un progetto americano, lo scrittore premio Nobel qui si offre oltre alla supervisione della sceneggiatura (la firma Ertan Kurtulan) anche in un paio di cammei. Il libro aveva già ispirato precedentemente “L’innocenza dei ricordi”, del regista inglese Grant Gee presentato nel 2016 alle Giornate degli Autori veneziane …

Dal romanzo al museo, e infine sullo schermo: Il Museo dell’innocenza di Orhan Pamuk prosegue il dialogo dell’autore con Istanbul, la sua città, e ne interroga la memoria, con le sue gerarchie sociali e tacite regole, fatte di non-detti, tabù e convenzioni, una società profondamente inegualitaria e misogina.

Ma è essenzialmente su amore, felicità, ossessione, nostalgia e occasioni perdute che s’incentra la storia. Siamo negli anni ’70 e ’80 del Novecento e lo scrittore turco Orhan Pamuk narra della storia d’amore quasi decennale fra Kemal, rampollo di una delle famiglie più in vista della città, e la diciottenne Fusün, sua lontana “parente povera”.

“Era il momento più felice della mia vita, ma non lo sapevo”: così ha inizio il racconto, in una ricostruzione minuziosa dell’alta borghesia in quegli anni, con gli oggetti del quotidiano, le strade e i quartieri.

È ora arrivato su Netflix, in una serie di nove puntate, l’adattamento del romanzo, forse fra i più ambiziosi di Pamuk (nato nel 1952), Il museo dell’innocenza. Già autore di Neve a Istanbul (2002), suo primo lavoro dichiaratamente politico e che esplora il conflitto tra islamismo e occidentalismo nella Turchia moderna – ricorrente in tutta la sua opera –  il “Balzac del Bosforo” ha ricevuto nel 2006 il Premio Nobel per la letteratura per Istanbul.  

Dopo il successo del libro, apparso nel 2008 (in Italia per Einaudi nel 2009, tradotto da Barbara La Rosa Salim, 580 pp.), pubblicato in oltre 60 lingue, e l’omonimo museo che dalla sua creazione nel 2012 accoglie centinaia di migliaia di visitatori, la serie turca, diretta dalla regista Zeynep Günay Tan, scritta da Ertan Kurtulan con la supervisione dello stesso Pamuk e prodotta da Ay Yapım, ha come impeccabili protagonisti Selahattin Paşalı (Kemal), uno degli attori più talentuosi del panorama turco, già noto per la serie Mezzanotte a Istanbul  (2022) ed Eylül Lize Kandemir (Füsun).

La serie, basata esclusivamente sul museo e non su fatti reali, ha inizio appunto lì, in un vecchio palazzo dipinto di rosso in una stradina nascosta del quartiere di Beyoğlu a Istanbul; si presenta tutto scale e vetrine cariche di oggetti.

Kemal vi appare ormai anziano, con i capelli ingrigiti; racconta del museo che ha creato nell’intento di custodire ogni oggetto legato alla donna che ha amato. Chino sulla più alta ringhiera dell’edificio, osserva la collezione riunita in 30 anni, e riflette: “La storia di ogni pezzo palpitava dal più profondo delle mie viscere”.

Si torna poi al 1975, quando il trentenne Kemal è in procinto di fidanzarsi ufficialmente con la colta, elegante e raffinata Sibel (Oya Unustası Taşanlar), perfettamente inserita nel suo ambiente. L’incontro casuale con la giovanissima Füsun in una lussuosa boutique del centro viene però a cambiare i sentimenti di Kemal, ma non il suo comportamento conforme alle convenzioni: porta avanti il suo fidanzamento e contemporaneamente la relazione clandestina con la fanciulla, attratto anche dalla sua innocenza, ma che la società e le relazioni familiari rendono impossibile.

Anni dopo si ritrova ossessionato dal ricordo di Füsun in seguito alla sua fuga, al suo ritorno e alla sua morte accidentale, per cui Kemal si autocolpevolizza non poco: nel finale, lei – in uno splendido abito rosso – gli chiede se abbia notato gli orecchini che indossa, persi anni prima nel suo appartamento e a cui attribuisce un forte valore simbolico. Lui non li riconosce e ciò per lei costituisce la prova che lui la desidera ma non la vede davvero, e la sua indifferenza la ferisce profondamente.

Orhan riceve infine la notizia che Kemal è deceduto d’infarto in un lussuoso hotel di Milano, stringendo fra le mani una fotografia in bianco e nero di Füsun. E così Kemal inizia a collezionare ogni oggetto, ogni dettaglio che gli ricorda questo amore perduto. E ciascuno di essi diventa una reliquia, il fragile monumento di un amore contrastato da tutto e tutti ma che rifiuta di spegnersi.

Della sua passione quasi decennale ha conservato ogni ricordo, compresi i mozziconi delle più di quattromila sigarette – spesso schiacciate con rabbia, sporche di rossetto – fumate nel corso dei loro incontri clandestini in un appartamento di famiglia – e i fermagli per capelli, abiti, scarpe, borse e monili che indossava. E ancora fotografie, ritagli di giornale, apriscatole, ditali, saliere: oggetti minimi, quotidiani, che lui carica di senso.

L’autore li ha raccolti personalmente, uno per uno, girando per la sua città, dando realtà ai gesti dei suoi personaggi; ne è nato il museo, monumento privato a una storia che lui considera assoluta Ma nonostante la sceneggiatura – curatissima – la serie non si rivela all’altezza della finezza di scrittura di Pamuk.

Nato insieme al romanzo, il museo è un luogo fisico, dove letteratura e vita si confondono fino a diventare indistinguibili. Non compaiono ritratti dei protagonisti: i loro volti vengono affidati all’immaginazione di chi guarda poiché l’obiettivo consiste nel far sì che siano gli occhi dei lettori a completare la storia.

Il museo dell’innocenza non è solo la storia di un amore tragico che diventa man mano nostalgia, ossessione, attesa, ma una riflessione sulla memoria, sulla colpa e sull’incapacità di scegliere. Ogni episodio aggiunge un oggetto al museo, tutto ruota intorno alla disperazione e alla devozione del giovane Kemal e il percorso mostra come l’amore possa diventare ossessione e la memoria trasformarsi in rifugio.


© BOOKCIAK MAGAZINE / Tutti i diritti riservati

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma n. 17/2015 del 2/2/2015
Editore Associazione culturale Calipso C.F.: 97600150581