In morte di Marie Colvin. La reporter senza paura fermata dalla guerra

In sala dal 22 novembre (per Notorious Pictures), “A private war” di Mattew Heineman dedicato a Marie Colvin, celebre inviata di guerra del londinese Sunday Times, morta a 56 anni nel 2012, centrata da un missile sparato dalle milizie di Assad. Un biopic realistico e cruento che celebra non solo il coraggio della reporter, ma anche il ruolo dei media. In contemporanea in libreria, Confesso che sono stata uccisa. La vera storia di Marie Colvin (Newton Compton) di Paul Conroy, il fotografo francese che l’ha accompagnata in tanti scenari di guerra …

Se avete lo stomaco debole non andate a vedere questo film. Se i primi piani di arti strappati, corpi bruciati, bambini sventrati vi fa inorridire, non andate a vedere questo film. Se l’immagine di un padre disperato – che davanti al corpo straziato del figlio morto urla al cielo chiedendo in lacrime al suo Dio perché sia successo – vi fa stringere lo stomaco e inumidire gli occhi, non andate a vedere questo film. Se le immagini di città ridotte in briciole, di colonne di disperati che vagano fra le macerie, di uomini donne vecchi e bambini tremanti in fetidi scantinati mentre i calcinacci piovono dai soffitti piagati da crepe, vi fanno vergognare del nostro pacifico e tranquillo vivere in un altrove di pace e perfino di benessere, non andate a vedere questo film.

Se invece volete rendervi davvero conto, senza filtri o mistificazioni, degli orrori di ogni guerra, andate a vederlo. Se volete capire l’importanza del giornalismo che cerca di far luce sulla realtà per quanto amara sia, andate a vederlo. Se volete avere una idea di come vivono e lavorano gli inviati sul campo, i giornalisti di guerra, andate a vederlo. Se volete conoscere la storia di una donna, una giornalista che facendo lo sporco mestiere che taluno considera proprio di puttane, prezzolati e sciacalli, è morta sul campo, cercando di documentare la realtà, pur sapendo il rischio cui era esposta, andate a vederlo.

Sì, cercate di andare a vedere A private war, (la guerra privata) che narra (in sala dal prossimo 22 novembre, distribuito da Notorious Pictures) gli ultimi anni di vita e infine la morte di Marie Colvin, inviata di guerra del settimanale londinese Sunday Times, morta a 56 anni, il 22 febbraio del 2012, centrata da un missile sparato dalle milizie di Assad, mentre stava raccontando al mondo l’agonia di Homs dove erano rintanati in condizioni disumane 28mila civili. Sì, andate a vederlo, merita.

Parliamo prima della protagonista e poi del film. Marie Colvin, di origini americane, era diventata l’inviata di punta del settimanale inglese. Coraggiosa fino all’incoscienza, curiosa, testarda, si trovava sempre in prima linea dove ci fossero guerre, sommosse, scontri, insurrezioni.

I suoi reportage, dalla Cecenia, Kosovo, Zimbabwe per citarne alcuni, le sue interviste a personaggi come Yasser Arafat, tenevano sempre la prima pagina e, col tempo, era divenuta famosa in tutto il mondo, una vera star del giornalismo globale riconosciuta e pluripremiata. Gli ultimi dieci anni della sua vita sono stati la mappa delle più grandi e sanguinose tragedie che si sono succedute: Sri Lanka, Iraq, Afghanistan, Libia e infine Siria, sua ultima meta.

Il film, girato interamente in Giordania oltre che a Londra, è tratto essenzialmente dal racconto di Marie Brenner comparso sull’edizione americana di Vanity Fair e racconta alcuni dei momenti più drammatici vissuti dalla Colvin su questi teatri di guerra.

La regia è di Mattew Heineman, super premiato regista di documentari, qui alla prima prova – riuscitissima – di film di finzione. La narrazione parte dalla spedizione in Sri Lanka, nel 2001. Era in atto una guerra civile fra il governo e gli insorti delle Tigri Tamil, che controllavano larga parte del paese, con una conseguente terribile crisi umanitaria che interessava una popolazione di 500mila persone ridotte praticamente alla fame. La Colvin entra clandestinamente nel paese e ne racconta la realtà. Ma passando le linee, viene coinvolta in uno scontro fra governativi e ribelli e per le schegge di una bomba perde l’occhio sinistro.

Inizia così la vera storia, l’inestricabile intreccio fra la Marie Colvin intrepida giornalista che colleziona scoop di portata mondiale come la scoperta di fosse comuni in Iraq, o che riesce a intervistare il colonnello Gheddafi in piena guerra civile, e la Marie Colvin privata. Una donna piena di problemi, fragilità, sofferenze.

Ecco, il film propone diversi livelli di lettura. Primo, sullo sfondo la realtà dei conflitti. Secondo il conflitto pubblico/privato della protagonista. Marie, interpretata da una eccezionale Rosamund Pike (ha studiato per mesi tutti i filmati disponibili, letto decine e decine di articoli per riuscire a entrare nel personaggio) è una donna in un mondo prevalentemente maschile e anche per questo è portata ad impegnarsi allo spasimo, per emergere e mostrare il proprio valore.

Ma questo ha un prezzo sul piano affettivo. I suoi amori non sono fortunati, lei è sempre in partenza e il lavoro viene prima di tutto. Eppure è attratta dalla possibilità di essere “normale”, ci prova con un uomo d’affari incontrato a una festa, (il volto di Stanley Tucci, una piccola, unica licenza poetica in una narrazione assolutamente fedele ai fatti) ma il rapporto non decolla, e alla fine si condanna a essere una randagia che l’amore può solo vagheggiarlo.

Lei e il suo lavoro sono la stessa cosa. Ed è lavoro anche l’incubo ricorrente, dei fantasmi che ti perseguitano, le immagini di corpi sventrati e bambini visti morire nell’impotenza di genitori e dottori. È lavoro perfino la clinica psichiatrica dove cercare un antidoto alla sofferenza che ti perseguita. Sono lavoro finanche le sigarette fumate ininterrottamente e l’alcol tracannato fino alla sbronza. E anche la sua morte, alla fine, cosa altro è se non un infortunio mortale sul lavoro?

Dietro a Marie Colvin – ed ecco un terzo livello di lettura del film – ci sono i colleghi. Quelli che dalle redazioni centrali, nelle loro poltrone, impartiscono ordini, decidono non certo a cuor leggero, chi deve andare dove a fare cosa. Ma soprattutto ci sono i soldati di ventura che girano il mondo con le armi dell’informazione, computer, registratori, macchine fotografiche dai mostruosi teleobiettivi, telecamere. Gente strana, gente unica.

Spiega il regista: “Alcuni dicono che i reporter di guerra diventano dipendenti della guerra, e lei non ha fatto eccezione. Era una droga cui non poteva sfuggire. La guerra, paradossalmente, era il suo rifugio”. Come lo era per Paul Conroy, il fotografo amico di Marie, (il volto è quello di Jamie Dornan, lo strafigo feticista di 50 sfumature) l’uomo che l’ha seguita su tutti i più sanguinosi terreni, l’uomo che era con lei quando arrivò il missile assassino. Marie non ebbe scampo. E con lei un giovane fotografo francese appena arrivato, Remy Ochlic, mentre Conroy, pur gravemente ferito, riuscì miracolosamente a sopravvivere e adesso, in concomitanza con l’uscita del film, pubblica per Newton Compton, il libro Confesso che sono stata uccisa. La vera storia di Marie Colvin, dove narra per filo e per segno alcune delle avventure vissute assieme alla grande giornalista ed in particolare gli ultimi giorni a Homs, nel quartiere di Baba Amr, sotto i colpi dell’esercito di Assad fino a quello fatale.

Sì, gente strana i reporter di guerra. Sempre con l’adrenalina a mille, una vera e propria droga, che vivono nel pericolo, ossessionati dal bisogno di raccontare, di documentare dalla prima fila quel che accade sul palcoscenico del mondo. Specie quelli, come Marie Colvin, che lavorano fuori dai circuiti ufficiali e non si contentano delle parziali verità riservate ai giornalisti embedded, cioè gestiti dalle forze armate ufficiali che decidono cosa far sapere e cosa no.
Andate a vederlo questo film. E buona visione


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