Vincent Cassel, ispettore sull’orlo di una crisi di nervi. Dalla penna di Dror Mishani

In sala dal 22 novembre (per Sun Film Group), “Black Tide” del francese Erick Zonca, ispirato al giallo d’esordio dell’israeliano Dror Mishani. Vincent Cassel nei panni di un ispettore trasandato e disilluso sulle tracce di un adolescente scomparso, sempre sull’orlo dell’ubriachezza molesta e di una crisi di nervi. È lui a reggere tutto il film che non brilla per originalità, ma si lascia vedere senza cedimenti alla noia …

Tratto dal giallo d’esordio dell’israeliano Dror Mishani, Un caso di scomparsa (Guanda), ambientato a Tel Aviv, il film Black Tide di Erick Zonca (Cèsar 1999 per La vita sognata dagli angeli), trasferisce la storia in una Parigi anonima e livida, benissimo fotografata da Paolo Carnera, immettendo nella storia e nello sfondo francese i canoni del noir americano e le atmosfere dei gialli scandinavi stile Millennium.

E non sarà una sorpresa se a questo primo film – Marea nera è la traduzione in italiano di un titolo anglofilo da non confondere col quasi omonimo Dark Tide – che si avvale della strabordante presenza scenica di Vincent Cassel, seguiranno altri che ne adotteranno la falsariga non proprio originalissima.

François Visconti, un Vincent Cassel con la barba ispida e l’aria trasandata che rinvia alla tipizzazione resa immortale dal tenente Colombo e da una serie infinita di epigoni, è un ispettore di polizia disincantato e sfigato anziché no, sempre sull’orlo dell’ubriachezza molesta e di una crisi di nervi.

A lui viene affidata la ricerca di una persona scomparsa, un ragazzo che vive assieme ai genitori e alla sorella disabile nell’appartamento di fronte a un bosco, attraversando il quale per andare a scuola ha fatto perdere le sue tracce da qualche giorno.

L’ispettore Cassel – oggi “comandante” nella versione francese professionalmente corretta e aggiornata – ha qualcosa da farsi perdonare per i trascorsi sentimentali e il rapporto conflittuale con il figlio adolescente, coinvolto in un affare di stupefacenti, e non tarda a prendersi a cuore il caso, conducendo l’indagine con metodi – e anche qui non siamo in un solco originalissimo – non sempre ortodossi. Compreso un rapporto sessuale con la non proprio consenziente Sandrine Kiberlain, imbruttita quanto basta per adeguarsi alla parte di madre ansiosa e tormentata.

Nella vicenda fa irruzione un ambiguo professore, interpretato un po’ sopra le righe da Romain Duris, che imprime alle indagini una svolta imprevista. Da qui in poi tutto scorre sui binari del film di genere, alquanto prevedibili e scontati, compreso il colpo di scena finale.

In breve il film si affida più alla performance di Vincent Cassel e alla sottile inquietudine dell’ambientazione che all’originalità della sceneggiatura o allo spessore dei personaggi. Resta comunque un buon prodotto di routine che si lascia vedere senza cedimenti alla noia. Da ricordare una battuta che tocca il cuore del rapporto tra cinema e letteratura, e che si adatta benissimo ad ambedue i generi: “voi non conoscete il potere della letteratura: è come un’investigazione sul mondo”.


Carlo Gnetti

giornalista e scrittore


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