La memoria del corpo. Con “Familiar Touch” a cuore aperto nell’umano che resta
In sala dal 25 settembre (per Fandango) “Familiar Touch” emozionante opera prima della regista statunitense (e coreografa) Sara Friedland, già premiatissimo a Venezia 81. Un film miracoloso che attraverso il corpo da ottantenne di Kathleen Chalfant ci racconta desideri e smarrimenti di quando la testa ci abbandona. Eppure non è un film sull’Alzheimer, la demenza o la memoria che ti lascia, ma è un film sulla vita. Sul patrimonio umano che resta, è presente e si manifesta e a cui dare ascolto. Da non perdere …

Non è un film sull’Alzheimer, Familiar Touch, emozionante esordio nel lungometraggio della statunitense Sarah Friedland, premiatissimo a Venezia 81 e nel mondo. Ma è un film sulla vita.
Sul patrimonio umano che resta, è presente e si manifesta comunque al di là della demenza, della memoria che ti lascia, della malattia e della vecchiaia che si portano via il sè. E che va ascoltato.
Il calore di un raggio di sole sulle mani, gli occhi negli occhi di un’infermiera che si prende cura di te, ma davvero, quella carezza che evoca desiderio, quella ricetta piena di ingredienti che snoccioli come un rosario allo psicologo a mo’ di sfida, un cavolo nero e uno bianco che attraverso il tatto ti riportano alla cucina dove eri la cuoca stellata e, quel bagno in piscina poi, coccolata dall’acqua che ti spinge ancora più lontano, forse ad una ricordo dell’infanzia.
È quello che resta, dicevamo. E non è poco. È l’umano stesso che si esprime attraverso il corpo e i suoi sensi che cambiano con la vecchiaia. Non uno stigma che perseguita pazienti o anziani e le loro famiglie, ma semplicemente un altro pezzo del cammino. E non potrebbe raccontarlo meglio Familiar Touch, film miracoloso, a partire dalla sua protagonista: una strepitosa Kathleen Chalfant che ha messo a disposizione il suo corpo da ottantenne per raccontarne desideri e smarrimento.
Siamo in una lussuosa casa di riposo di Los Angeles. Vera, anche se non si tratta di un documentario. Sarah Friedland, regista, scrittrice e coreografa, sui corpi in movimento ha lavorato a lungo e ancora più a lungo ha lavorato come assistente agli anziani. L’approdo a questo film e a questa casa di riposo sono stati naturali. Sono gli stessi utenti del centro i coprotagonisti affianco a Kathleen Chalfant, Ruth Goldman nel film.
Ruth la incontriamo, prima, però. Il giorno che suo figlio Steve (Jon Benjamin, per molti la voce di Sterling Archer, della serie animata Fox) va a casa sua per quella che sembra una semplice visita. Tu che lavoro fai? ti vedi con una persona speciale? Le domande di Ruth non lasciano dubbi al lavoro pesante che la demenza ha già compiuto su di lei. E lo spaesamento del figlio parla di altrettanto dolore. L’accordo con sua madre era stato fatto tempo prima, quando era stata lei stessa ad indicare quella casa di riposo come luogo di rifugio, una volta che la memoria l’avesse abbandonata del tutto.
Eccoci dunque al “country club di lusso” a Los Angeles (la definizione è del giovane medico, consapevole che dalla sua posizione non potrebbe pagarlo a sua madre quando arriverà il momento) con Ruth completamente spiazzata. L’inserimento è difficile, difficile è immaginarsi, a causa della testa che ci abbandona, di essere messa nel ripostiglio insieme a tanti altri come te e per di più estranei. Sarà il suo corpo a parlarle e a parlarci. Perché quello non si perde e continua a tenere insieme quel sè, seppure in disgregazione.
Nella sua casa che Steve sta sgomberando insieme alla figlia, riaffiorano i libri di ricette di Ruth, gli ingredienti per “la zuppa speciale di Steve quando ha la febbre”, il piatto ideato per i lavoratori in sciopero nel ’69. E quando Steve, figlio “dimenticato” la va a trovare in un giorno di festeggiamenti, la invita a ballare, lei lo guarda sorridendo, si avvicina e comincia ad abbracciarlo con sempre più tenerezza, come, forse a riconoscre questo speciale “familiar touch”, si, è un vero colpo al cuore.
In un mondo, il nostro, dove neanche i genocidi in diretta sono più un tabù, ma lo è diventato la vecchiaia, combattuta a colpi di bisturi estetico, integratori e aerobici stili di vita, il film di Sarah Friedland assume un significato etico e politico davvero rivoluzionario.
Andatelo a vedere. La sua uscita in sala (dal 25 settembre) è supportata dalla Federazione Alzheimer Italia in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer (21 settembre) e del mese dedicato alla malattia. Consapevoli, però, che a farci perdere la memoria non sono soltanto vecchiaia o malattia.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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