Le parole conchiglia che fanno miracoli. “Fate i tuoni” sull’accoglienza è un miracolo di spettacolo
Dal libro al teatro. È “Fate i tuoni” adattamento drammaturgico dell’omonimo romanzo di Michele D’Ignazio, andato in scena al Teatro Trastevere di Roma con Maria Antonia Fama e Marco Zordan. Uno spettacolo sul potere dell’accoglienza e delle parole a cui ritrovare il senso. Emozione, commozione e condivisione per un miracolo di spettacolo. Che ben potrebbe diventare anche un film …

“Le parole sono importanti” urlava contro l’inetta giornalista il Michele Apicella di Palombella Rossa nel fatidico 1989. Ora che le parole l’importanza sembrano averla persa del tutto, tale che si può parlare di “riarmo dell’Europa” o di “annessione della Groenlandia agli Usa” senza scomporsi più di tanto, andarne a ricercare il senso e, ancor meglio metterlo in scena, è una scelta di campo e un’opera di resistenza culturale e sociale. 
Lo fa con la grazia di una poesia e la forza di una tempesta Fate i tuoni, spettacolo appena andato in scena a Roma (tre date dal 28 al 30 marzo al Teatro Trastevere) e nuovo tassello del percorso della compagnia teatrale Walden: Maria Antonia Fama, Marco Zordan e Michele D’Ignazio, terzetto attivo in più ambiti, dal giornalismo alla recitazione (stand-up comedy compresa, Antonia Fama ne è uno dei nomi di punta, anche del giornalismo culturale), dalla drammaturgia alla letteratura, anche per ragazzi. Da qui, dal romanzo Fate i tuoni, appunto, di Michele D’Ignazio (Rizzoli 2024) apprezzato scrittore di storie immerse nel sociale, nasce lo spettacolo.
L’adattamento drammaturgico è dello stesso Michele D’Ignazio con Maria Antonia Fama che è anche protagonista sul palco insieme a Marco Zordan che ne firma pure la regia. Sono due ragazzini i protagonisti, affacciati entrambi sul Mediterraneo, ma a due capi opposti.
Murad che scappando dalla guerra in Siria, con la famiglia è arrivato in Libia e sta aspettando di fare la traversata verso l’Europa; Zaira che sulla marina del suo paesino calabrese ormai spopolato, aspetta che si faccia vivo qualcuno, dopo aver affidato al mare un messaggio nella bottiglia per accogliere nel paese vecchio abbandonato chi la casa non ce l’ha più.
A prendere il volo sulla scena sono prima le due storie separate: Murad con la sua ampolla di acqua dell’Ararat, sempre nello zaino, perché sono curdi in famiglia e il papà gli ricorda che nulla è più importante di quella da portare in viaggio. Murad che tenta di imparare a nuotare una volta a Bengasi, che il mare non l’aveva mai visto prima. Murad che alza il volume per fare i tuoni, come gli ha insegnato la sua maestra, non fate i buoni a scuola, ma fate i tuoni, fatevi sentire, “create tempesta per seminare poesia, per allontanare l’aridità, quella sociale e l’indifferenza”.
E dall’altra Zaira, coi consigli del nonno Vincenzo e le uova delle tartaraghe spiaggiate di cui aspetta la schiusa, che proprio all’indifferenza del mondo risponde con la fantasia, coi messaggi buttati in mare nella bottiglia, coi richiami a gran voce per coinvolgere quei pochi abitanti rimasti. Zaira che delle parole conosce il valore e la magia. Come le “parole conghiglia”, le chiama così, quelle che ne nascondono dentro un’altra: abbandono che contiene dono; immigrato che ha in sè grato; volontario che ha il volo e, ancora ideali, le idee con le ali.
E Fate i tuoni davvero mette le ali al momento dell’incontro tra Zaira e Murad. Al momento dello sbarco sulla marina, della gara di solidarietà per aiutare i migranti in mare, dell’accoglienza, della condivisione e della festa, poi, che è festa pure per chi accoglie. Ci sono persino i dolcetti e da bere per il pubblico.
Il paese abbandonato è ora donato. E difficile è resistere alla commozione di fronte all’immagine delle chiavi di tutte le case offerte, unite in una lunga catena, portate in scena come nel teatro delle ombre, dalla figura di un’ anziana paesana, forse una strega, forse una fata.
La storia vera dell’esperienza di Badolato, il paesino calabrese ripopolato negli anni Novanta dagli immigrati, a maggioranza curda, sbarcati sulle coste e protagonisti di una delle più virtuose accoglienze sperimentate in Italia, è alla base del romanzo e della pièce. L’emozione e la forza degli interpreti, la regia essenziale e le parole conchiglia di Fate i tuoni ne fanno un miracolo di spettacolo.
Un’ultima annotazione. Il teatro Trastevere che lo ha accolto è proprio di fronte al Cinema Nuovo Sacher di Nanni Moretti. Le parole sono importanti, davvero, e possono anche essere contagiose. E queste magari diventare anche un film.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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