Nel cuore nero della riserva indiana. Il capolavoro di Taylor Sheridan

In sala dal 5 aprile (per Leone Film con Eagle), “I misteri di Wind River” di Taylor Sheridan, celebre sceneggiatore e regista di tante serie tv (da “Walker Texas Ranger” a “Star Trek”). Un thriller psicologico tra oscuri paesaggi baluginanti e fosche praterie innevate dove domina la barbarie. Vittime giovani ragazze native americane al centro di un sistema di abusi e vessazioni in atto contro i veri abitanti dell’America. Un film che fulmina grazie alla verità. Miglior regista nella sezione “Un certain regard” a Cannes 2017 …

Un corpo di ragazza seminudo. Un corpo semicoperto dalla neve. Piedi massacrati dal freddo e da una lunga fuga finita tragicamente. Ci si interroga da dove sia venuta e sulla sua morte. Ma la morte, forse, è l’evento meno tragico che il fato ha riservato al corpo straziato di quella ragazza.

Siamo tra le distese innevate del Wyoming in una riserva indiana e a trovare “quel” corpo è un guardiacaccia solitario (Jeremy Renner). Si tratta del cadavare di una ragazza nativa figlia di un suo caro amico. Sarà anche per questo che l’uomo deciderà di unirsi alla giovane agente Fbi (Elizabeth Olsen) per dare la caccia all’assassino. Ma quello che troveranno, nell’apparente silenzio dei ghiacci, non sarà soltanto un colpevole.

Lo sceneggiatore americano Taylor Sheridan qui alla sua prima regia cinematografica “ufficiale” (il poco riuscito Vile del 2011 non ama considerarlo), inventa uno psicothriller di rara efficacia e di grande impatto emotivo, capace di rimandarci alle atmosfere d’annata di un Siodmak, per intenderci. Denunciando quell’universo di brutalità e barbarie contro le donne che caratterizza tutt’oggi il quotidiano disperato delle riserve indiane, dove lo stupro è prassi consolidata per uomini che calpestano le più elementari regole della vita, imponendo le leggi del dolore e della sopraffazione.

Eppure la forza dello sguardo di Sheridan è nel distacco. Uno sguardo che non giudica mai, ma “che si limita” a mostrare i “non limiti” dell’uomo. Un occhio che mostra il condizionamento dei luoghi sulle scelte umane, come nelle tragedie greche. Luoghi dove i nativi vivono come fantasmi, agnelli sacrificali – oggi come ieri –  di una violenza senza pentimento, né redenzione.

Siamo dalle parti del capolavoro. A cominciare dalla grandezza dei protagonisti: un Jeremie Renner imperioso nel dolente ruolo del guardacaccia e la delicata a calda Elizabeth Olsen nelle vesti della scrupolosa detective del Federal Bureau International. Due presenze forti ma mai ingombranti, due personalità tese come corde di violino. Due protagonisti che si implementano benissimo alla ricerca della verità. Motivazioni diverse ma stesso desiderio di giustizia. E se infine la giustizia “legale” non sarà sufficiente scatterà quella “divina” dell’uomo…

Con I segreti di Wind River, Sheridan chiude di fatto da regista la trilogia sulla “moderna frontiera americana” (che noi amiamo definire “la vecchia disperazione americana della grande provincia”) cominciata da sceneggiatore, nel 2015, col Sicario di Denis Villeneuve (di cui ha già scritto un seguito, Soldado, per la regia di Stefano Sollima che sarà presentanto a Cannes) e proseguita con Hell or High Water del britannico David Mackenzie.

Dopo la “guerra” ai confini messicani e la desolata e desolante provincia texana affamata dalle banche, con I segreti di Wind River Sheridan tocca il profondo e perduto Wyoming strappato ai nativi. Cambiano i paesaggi, cambiano le storie ma quello che ci racconta questo regista di talento ancora poco conosciuto in Italia, è un’America che sprofonda sempre di più sotto i colpi del neocapitalismo, in cui il suo grande sogno in fondo non è mai esistito e la sua caduta, tanto più oggi, appare inarrestabile …