“Occupied City”, la mappa della memoria che non c’è più. Il capolavoro di Steve McQueen arriva su Mubi

Arriva in streaming dall’11 ottobre su Mubi il magnifico e fluviale film di Steve McQueen, “Occupied City”. Quattro ore di immagini del presente per raccontare il passato: l’occupazione nazista di Amsterdam e lo sterminio degli ebrei, senza neanche un filmato di repertorio. E alla base il libro- mappa di Bianca Stigter, militante della memoria. Passato fuori concorso a Cannes 2023 …

 

La sfida è lavorare sulla memoria senza neanche un’immagine di repertorio. Ma attraverso un flusso flluviale di presente. Quattro ore di girato durante il periodo del Covid a fare da base. Mentre ad accompagnare quel contemporaneo è una voce fuoricampo che ricorda, invece, di come quei luoghi dove oggi si svolge la vita di tutti giorni, siano stati lo scenario dell’orrore durante l’occupazione nazista di Amsterdam.

È il nuovo potente ed emozionante film di Steve McQueen, Occupied City passato fuori concorso a Cannes 2023 e finalmente visibile su Mubi dall’11 ottobre.

Noto universalmente come il regista di 12 anni schiavo (che gli ha fruttato l’Oscar), l’autore afro-anglosassone è tra l’altro videoartista e sperimentatore (senza tralasciare Hunger e Shame) come appare evidente in questo suo nuovo lavoro, nato ancora una volta dalla collaborazione con Bianca Stigter, la moglie olandese e regista di uno dei più bei film degli ultimi anni: Tre minuti, passato alle Giornate degli Autori veneziane 2021 e recentemente vincitore dell’UnArchive Found Footage Fest.

Lì, trionfo del repertorio, attraverso solo tre minuti d’epoca si ricostruisce, come in un thriller, cosa è accaduto in quella cittadina polacca a maggioranza ebraica all’indomani dell’invasione nazista. Qui, in Occupied City, sono le ricerche storiche, dettagliatissime che Bianca Stiger ha raccolto nel suo libro Atlas van een bezette stad: Amsterdam 1940-1945 (non disponibile in Italia) a costituire la trama, la narrazione fuori campo che ci accompagna in questa mappa della memoria che non c’è più.

La voce di Melanie Hyans ci porta a scoprire quella certa piazza dove oggi vediamo giocare i bambini e dove allora furono ammassati i cadaveri dei tanti ebrei trucidati nelle varie retate. E così via attraverso le strade, i canali e i tanti nascondigli dove gli ebrei trovavano rifugi temporanei. Del più celebre, quello di Anna Frank, c’è il museo a ricordarlo. Al regista piuttosto interessa scavare nel rimosso, nel dimenticato, attraverso quei tanti indirizzi (sono 130 luoghi di Amsterdam) a cui appartiene una storia di deportazione, una spiata, una speranza di salvezza svanita nel nulla. Soltanto ad Amsterdam sono stati 60mila gli ebrei uccisi dai nazisti.

Ma è soprattutto l’interazione tra la memoria narrata e le immagini del presente a fare la potenza del film. Riprese a distanza, come il metro del distanziamento sociale imposto dal Covid. L’unico vero primo piano è riservato al memoriale ebraico, dove l’occhio della camera va a scoprire da vicino i nomi infiniti delle vittime dello sterminio incisi su ognuno dei mattoni dell’edificio. Del resto è proprio nei mesi del confinamento che Steve McQueen ha puntato la sua telecamera realizzando infinite ore di girato, a scoprire un quotidiano a tratti stravolto.

E risuona con una certa inquietudine quel manuale che insegna a cambiare le prioprie abitudini, a impare a vivere isolati e al chiuso, dato in mano agli ebrei costretti allora nei nascondigli della città. Mentre il paragone tra il coprifuoco imposto dai nazisti e quello vissuto da tutti noi a causa dei protocolli antipandemia è facile, McQueen fa di più. Punta l’obiettivo sul bambino migrante di oggi, isolato rispetto ai suoi compagni così come avrebbero voluto le leggi razziali. Sui tanti senza tetto che si riparano alla meglio. Oppure sugli operai al lavoro, nella città deserta, impegnati a montare i pannelli pubblicitari delle grandi marche, “immagini di propaganda” del consumismo avanzato che interagiscono col racconto della città allora tappezzata di svastiche.

Le manifestazioni dei no-vax unite a quelle antifasciste completano il complesso puzzle. A dirci, insomma, che “il mai più” pronunciato tante volte tra retorica e timore, oggi forse ha perso il suo significato.


Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.


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