Per “Un futuro aprile” di giustizia. Il film tv sulla strage mafiosa di Pizzolungo in onda su Rai1 e RaiPlay
In onda il 21 maggio su Rai1 e RaiPlay “Un futuro aprile”, libero adattamento (per la regia di Graziano Diana) del libro “Sola con te in un futuro aprile” (Fandango), scritto (con Michela Gargiulo) da Margherita Asta, scampata nel 1985 alla strage di Pizzolungo, dove morirono la madre e i due fratellini, uccisi da Cosa Nostra che voleva eliminare il magistrato Carlo Palermo. Il percorso di Margherita (interpretata da Aurora Menenti e Ludovica Ciaschetti), tra elaborazione del lutto e battaglia civile dentro e fuori i tribunali, affrontando anche il muro di incomunicabilità con lo stesso giudice Palermo (Francesco Montanari). Perché, come insegna alla ragazza il padre Nunzio (Peppino Mazzotta), le cose, quando si rompono, si possono e si devono aggiustare…

Il 2 aprile 1985, alle ore 8.35, un’autobomba esplode sulla strada fra Pizzolungo e Trapani: bersaglio dell’attentato mafioso è il procuratore Carlo Palermo, ma non sarà lui a morire, bensì Barbara Asta, con i due figli gemelli di 6 anni Giuseppe e Salvatore, la cui auto fa casualmente da scudo a quella del giudice nel momento in cui viene azionato l’ordigno.
È la strage, vera, da cui prende le mosse il film tv Un futuro aprile (il 21 maggio in prima serata su Rai 1 e su RaiPlay), diretto da Graziano Diana (Gli anni spezzati, Pertini – Il combattente) e liberamente ispirato all’opera letteraria Sola con te in un futuro aprile (edita da Fandango Libri). A firmarla, insieme a Michela Gargiulo, c’è la figlia di Barbara, Margherita Asta, sopravvissuta alla tragedia perché, all’epoca undicenne, era stata già accompagnata a scuola dalla madre di un’amica.

«C’è una buca enorme sull’asfalto, sembra sia esploso un vulcano. Sul muro bianco della villa davanti a noi c’è una macchia rossa. Non faccio neanche in tempo a vederla bene. “Papà, è sangue nostro questo?”». Scrive così Margherita, interpretata da Aurora Menenti (bambina) e poi da Ludovica Ciaschetti.
La sua è una testimonianza di elaborazione del lutto che diventa lunga battaglia civile, dentro e fuori le aule di tribunale, per ottenere giustizia (tra i condannati per la strage ci saranno anche Totò Riina e Vincenzo Virga), seguendo l’esempio del padre Nunzio (Peppino Mazzotta). Ma non sarà meno difficile, per la ragazzina che diviene donna, riconciliarsi con la figura di Carlo Palermo (Francesco Montanari), a cui istintivamente attribuisce la colpa per la sorte della mamma e dei fratellini.
Al netto del titolo (in cui echeggia lo struggente verso della Supplica a mia madre, ripreso anche nel bel doc del 2020), e a scanso di equivoci, non c’è moltissimo di “pasoliniano” in questa fiction a misura del pubblico televisivo generalista, malgrado sia ormai sempre più difficile dubitare che l’assassinio del poeta s’inserisca, con nomi come Enrico Mattei e Mauro De Mauro, in una costellazione delittuosa dove Cosa Nostra ha giocato la sua oscura parte. E il celeberrimo “Io so, ma non ho le prove” sembra informare un momento dell’odissea giudiziaria raccontata dal film, tradotto in uno sconsolato “Sappiamo, ma non possiamo processarli”, riferito agli esecutori delle uccisioni di Pizzolungo, già assolti in Cassazione.
Ma forse, a volerlo trovare, il nesso più significativo con l’immaginario dello scrittore-regista corsaro si potrebbe rintracciare nel peso che il passato, e la nostalgia, occupano all’interno della narrazione. Specie guardando alla parte iniziale, dove l’immagine accogliente e rassicurante degli affetti familiari nella casa al mare in cui «c’erano tutti i ricordi più belli» è destinata a frantumarsi, presa involontariamente negli scoppi violenti di una storia più grande.
Quello di Margherita, allora, appare anche un percorso, tortuoso e tormentato, fra nido perduto dell’infanzia e proiezione, traumatica, nelle scelte e pressioni di una vita precocemente adulta, come fra sentimenti individuali e dimensione pubblica (la ragazza diverrà anche attivista di Libera). In tutto ciò, l’unico modo per non perdere davvero il proprio vissuto e il legame con chi si è amato sta nel continuare ad agire sul presente, immaginando un futuro diverso: perché «senza la giustizia, anche la memoria perdeva di significato».
Ed è un itinerario che s’intreccia problematicamente con quello del giudice Palermo di Montanari, dietro la cui granitica facciata di integerrimo e coraggioso tutore della legalità contro i poteri criminali si rivelano fragilità e frustrazioni. Il rapporto tra lui e Margherita, centrale anche nel libro, ci porta a riflettere sull’incomunicabilità che può crearsi fra cittadini comuni ed esponenti delle istituzioni, anche quando si trovino dalla stessa parte.
A gettare un ponte fra l’uno e l’altro punto di vista è Nunzio/Mazzotta, che oltre all’ostinazione della sua lotta “dal basso” lascia alla figlia un insegnamento alternativo non solo alla mentalità mafiosa ma ad ogni cultura del consumo e del profitto voracemente antiumano (contro cui, come sappiamo, proprio Pasolini si scagliò senza remore): «Noi le cose, quando si rompono, le aggiustiamo. Non le buttiamo. Le aggiustiamo».
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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