Viaggio nella terra madre di Pasolini. La forza del passato (friulano) in un doc, al Biografilm

Menzione Speciale | Biografilm Italia 2020 per In un futuro aprile di Francesco Costabile e Federico Savonitto, dedicato  agli anni giovanili di Pier Paolo Pasolini nella “terra madre”, il Friuli. Un doc che non si limita alla ricostruzione di una fase della biografia e restituisce, piuttosto, l’esperienza dell’autore nella contaminazione costante di passato e presente: tra repertorio, scene “rievocate” e testimonianze tra ieri e oggi, in particolare quella del cugino, biografo e poeta Nico Naldini…

«Sopravviviamo: ed è la confusione/ di una vita rinata fuori dalla ragione./ Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire./ Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…». Con questi versi si chiude la Supplica a mia madre di Pier Paolo Pasolini. Anche se nessun testo (poetico, narrativo o filmico che sia) dell’autore è mai davvero “chiuso” nella sua singolarità estetica e cronologica.

Ce lo ricorda, dall’edizione online del BiografilmFest, l’ispirato documentario In un futuro aprile, diretto da Francesco Costabile (Una femmina, dal libro Femmine ribelli di Lirio Abbate, e Piero Tosi 1690, sul costumista che vestì anche la Medea pasoliniana) e Federico Savonitto (Pellegrino, sull’omonimo monte della costa palermitana), prodotto da Remigio Guadagnini e Augusta Eniti con Altreforme. Il titolo riprende, non a caso, i versi della Supplica: perché, come sottolinea Costabile, si tratta di un «viaggio nella terra madre di Pasolini», il Friuli. Terra della madre Susanna e terra generatrice di scoperte giovanili determinanti per la vita e l’opera (sempre problematicamente e inestricabilmente intrecciate) del poeta.

Ma sarebbe semplicistico affermare che il documentario tratta (solo) del “giovane” Pasolini. Perché l’esperienza dell’autore è un magma dove il presente si rituffa costantemente nel passato mentre subisce «la luce del futuro», dove il dopo riscrive, e spesso ribalta, un prima che però continua a ribollire.

E allora il film si muove (e ha la sua forza espressiva ed espressamente “pasoliniana”) nell’ininterrotto corto circuito tra periodi, epoche, tempi. Così le parole dell’autore a commento delle immagini provengono senza soluzione di continuità da brani (e fasi) diverse della sua produzione, comunque tesi a interrogare il proprio stesso passato: come nella prima sequenza, tratta dal Gennariello (l’incompiuto trattato pedagogico del ’75, uscito postumo tra le Lettere luterane) che (ri)evoca il “primo” ricordo dell’autore, la tenda bianca e trasparente dove è rappreso lo «spirito piccolo borghese» a cui Pasolini non smetterà mai di cercare un’alternativa.

Allo stesso modo la materia (audio)visiva del film è un flusso dove si compenetrano lingue (il friulano della prima raccolta in versi, Poesie a Casarsa), linguaggi (la pittura di Zigaina e dello stesso Pasolini, il violino dell’amica di famiglia Pina Kalc) e, soprattutto, momenti diversi della Storia (pubblica e privata). Si alternano allora materiali di repertorio, fotografie (partecipano alla produzione il Centro Studi Pasolini di Casarsa e l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, insieme a Kublai Film e Cinemazero) e sequenze girate (oggi) nei luoghi “pasoliniani” del Friuli: Casarsa, col cimitero in cui sono sepolti vicini il figlio e la madre, la campagna circostante e le acque del Tagliamento, dove “parlano” anche i riflessi di luce colti dalla fotografia di Debora Vrizzi e i corpi delle comparse che (re)incarnano scene e figure di una ricerca dell’Altro (sempre) oggetto del desiderio tormentoso dell’autore.

Lo sguardo dei registi si sofferma sui particolari di quei corpi (come la concavità interna delle ginocchia tese alla corsa, fonte del primo, violento brivido erotico del giovanissimo Pasolini). Ma ci (ri)propone anche volti e voci dei personaggi “reali”: c’è l’autore stesso, nell’intervista del 1967 in cui, tra l’altro, motiva la scelta del friulano come il primo gesto d’opposizione politica (all’omologazione linguistica perseguita dal fascismo). E, soprattutto, c’è Nico Naldini, cugino (da parte di madre), biografo e “collega” poeta di Pasolini.

È Naldini il co-protagonista del film, con la sua lucidità, più (auto)ironica che malinconica, di novantunenne, anche lui «forza del passato» che parla (ancora) al presente: e dalla sua quotidianità domestica condivide aneddoti e considerazioni sugli anni friulani con Pier Paolo, sull’amore «privo di giustificazioni» che lo legava alla madre, sulla militanza di Pasolini nel PCI (prima dell’espulsione per lo “scandalo” dell’omosessualità), l’avventura pedagogica dell’“Academiuta” a Versuta e la (meglio) gioventù in comune, (già) intrisa di un vitalismo spinto a violare i confini (pre)costituiti, compreso quello con la morte.

Ed è proprio, inevitabilmente, con la morte il corto circuito massimo attivato e affrontato da un film che ci parla dell’alba di un percorso di vita (personale e artistica). Perché, come disse Pasolini (emblematicamente, in uno scritto sul cinema), solo «grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci». Su quella morte terribile non ci si può non soffermare (di nuovo), tra le foto dei funerali (le ultime scorse e commentate da Naldini) e le riprese del corteo funebre a Casarsa: ricongiungimento dell’autore (e dell’uomo) con quella “terra madre” (e la madre stessa). E, forse, con la «pura luce» dei versi pasoliniani sulla Resistenza e la Liberazione: chiusura (e riapertura) di un film che contribuisce a illuminare la disperatamente vitale (e ancora inesausta) eredità del suo poeta.