Se il capitano Achab va a caccia di bisonti. Il western letterario anticapitalista accende la Festa

Passato alla Festa di Roma “Butcher’s Crossing” di Gabe Polsy dall’omonimo seminale romanzo di John Williams. Il racconto-denuncia dello sterminio dei bisonti nell’America del 1874 con un realismo feroce ma anche con la forza di un apologo sull’annientamento della Natura e sulle leggi spietate del capitalismo. Il protagonista, il cacciatore Miller di Nicolas Cage ha il furore e l’ossessione di un capitano Achab di terra …

Butcher’s Crossing è uno dei più formidabili romanzi usciti negli ultimi vent’anni. In Italia è uscito con Fazi Editore e lo ha scritto John Williams, autore diventato di culto con Stoner, che aveva pubblicato nel 1965 ma che solo nel 2012 è esploso come caso letterario mondiale.

Butcher’s Crossing, del 1960, è se possibile ancora più bello. Racconta lo sterminio dei bisonti nell’America del 1874 con un realismo feroce ma anche con la forza di un apologo sull’annientamento della Natura e sulle leggi spietate del capitalismo. Per il New York Times è stato il primo e il miglior romanzo revisionista sul West, quello che ha aperto la strada a Cormac McCarthy.

Con questa premessa, il film di Gabe Polsy con Nicolas Cage dallo stesso titolo presentato  alla Festa del cinema di Roma acquista un rilievo particolare. È riduttivo parlare di western per Butcher’s Crossing. È come liquidare Apocalypse Now come film bellico. Visivamente la follia sanguinaria su scala industriale non ha e non potrebbe avere la potenza del libro, ma spirito e messaggio di Williams sono intatti.

Il cacciatore Miller di Nicolas Cage ha il furore e l’ossessione di un capitano Achab di terra, ma fisicamente – cranio rasato, volto annerito, occhi iniettati di sangue -ricalca il Marlon Brando-Kurtz del suo celebre zio Francis Ford Coppola e il suo modello letterario di Cuore di tenebra.

Come l’Ismaele di Moby Dick, l’ingenuo Will Andrews, fresco di Harvard, approda nel Kansas in pieno boom delle pelli, che valgono oro, per vivere una immersione totale into the wild. Trascinato dal miraggio di Miller, che promette un mitico  Eldorado dei bisonti in una remota valle del Colorado, vivrà una discesa all’Inferno ai limiti della ragione.

La spedizione doveva richiedere sei settimane, ma durerà un anno. E la tecnica di annientamento sistematico delle mandrie, con migliaia  di carcasse lasciate a marcire sul campo, è agghiacciante. Non è un West da epopea, è un’Apocalisse biblica, trainata da una insensata bramosia. Quanto abbia pesato, storicamente, nel genocidio degli Indiani d’America lo sappiamo tutti.

Ma il maudit di Cage – al suo primo western dopo 40 anni di carriera – che inventa per il suo personaggio il vezzo curioso di passare il pettine sul cranio nudo, ha un suo tetro romanticismo. È l’ultimo sopravvissuto di un ventennio di business che ha ridotto a 300 esemplari i 60 milioni di bisonti che popolavano quei territori. E le leggi di mercato trasformeranno il bottino record di Miller, che lungo il viaggio è costato due vite umane, in una tragica beffa. Al suo ritorno, le inflazionate pelli valgono zero. Un immane falò celebrerà, simbolicamente, la cieca inutilità della strage. Sui  titoli di coda si ricorda che è un gruppo di tribù di nativi a gestire oggi l’esiguo programma di ripopolamento della specie.

Aspro e brutale, Butcher’s Crossing è un film che cerca di andare ben oltre il messaggio ambientalista. Allo spettatore che si sentisse sollecitato a sperimentare anche la scrittura di John Williams garantisco una gran bella sorpresa.

Fonte Huffington Post