Se la “femme de chambre” di Mirbeau è una madre rumena emigrata. Radu Jude diverte provocando Cannes

Passato alla Quinzaine des cinéastes “Journal d’une femme de chambre” primo film francese del regista rumeno Radu Jude che attualizza il romanzo di Octave Mirbeau (in Italia Il diario di una cameriera) attraverso la storia di una madre rumena emigrata in Francia. Una commedia scoppiettante, affilata e politica. Tra le ipocrisie della borghesia progressista, l’eterno scontro tra ricchi e poveri e il dramma dell’emigrazione …

Metti la borghesia di sinistra francese di oggi al posto di quella reazionaria degli inizi ‘900. E al posto della cameriera che deve destreggiarsi tra vizi (omicidi) e perversioni di pessimi padroni, una madre rumena costretta ad emigrare in Francia per crescere il figlio della famiglia progressista, mentre la sua bambina rimasta a casa muore di nostalgia.

Potrebbe essere una tragedia e invece è una commedia. Scoppiettante, a tratti feroce e godibilmente provocatoria. In perfetto stile Radu Jude, prolifico autore rumeno da tempo sulla cresta dell’onda e dall’andamento discontinuo (non ha fatto impazzire il suo ultimo, Dracula, per esempio).

Dopo Jean Renoir, Luis Bunuel e Benoit Jacquot è toccato a lui, all’autore di Kontinental (l’emigrazione è centrale anche qui), cimentarsi con un grande classico della letteratura come Il diario di una cameriera che Octave Mirbeau diede alle stampe nel 1900 creando scandalo e scompiglio, soprattuto tra Chiesa e borghesia, di cui rendeva nelle sue pagine un feroce ritratto.

“In Romania – spiega lo stesso regista al suo primo film francese – esiste una sola versione del libro con una copertina che lo fa sembrare un romanzo porno”. Chicca che non si è fatto sfuggire, mettendolo nel suo film sul comodino di Gianina, la bella e brava Ana Dumistrascu. È lei la cameriera in questione, la protagonista. Una delle tante, tantissime giovani donne costrette a lasciare i figli a casa per crescere quegli degli altri nell’Europa di prima classe, per garantire alla famiglia di origine migliori condizioni economice.

“Sono 4, 5 milioni i rumeni emigrati in Occidente” ricorda ancora Jude “un quarto della popolazione, in pratica, ha lasciato il paese con conseguenze umane, economiche e sociali enormi. È successo anche a parte della mia famiglia”. Gianina, poi, è pure fortunata -, così si descrive in pubblico attraverso un gioco di costante ambiguità -, per il lavoro nella famiglia Donnadieu, gentili, ricchi, comprensivi borghesi di Bordeaux.

Questo il punto di partenza. Il contrasto tra i due mondi è lo svolgimento e la provocazione. Due lingue e anche due linguaggi video. Le continue videotelefonate di Maria, la figlia, occhioni neri e cerchietto rosa, che irrompono all’improvviso, interrompendo il sonno della nonna, mostrando il più abile ammazza-galline del villaggio, il rientro da scuola sotto la neve, i suoi giochi.

Ma che non arrivano più quando si arrabbia e chiede conto a sua madre della lontananza, del perché è lì con quel ragazzino invece che con lei. La promessa è che torni per Natale. Sul muro scrostato della sua camera Maria segna a matina i giorni e le settimane che mancano, “come i carcerati” commenta la nonna, con cui vive nell’angusta casa sperduta nella campagna rumena, da dove è andato via pure il padre.

Gianina, invece, la vediamo nell’impeccabile appartamento francese dove ogni pezzo d’arredamento è da museo, prezioso e antico. Che lei lucida, pulisce, lustra in continuazione col fazzoletto in testa. A Louen il figlio dei Donnadieu, “piccolo stronzetto viziato”, gli racconta (comunque amorevolmente) le favole rumene. La madre (la sempre brava Mélanie Thierry) dice che gli provocano gli incubi. Il padre (Vincent Macaigne) le dice di continuare, “molto meglio che le scemate francesi di Asterix ed Obelix”. Come meglio è per lui la “zuppa che ha sicuramente l’ingrediente rumeno”, ma che invece è una semplice minestra della globalizzazione.

Radu Jude si diverte – e diverte – a farsi gioco delle contraddizioni e delle ipocrisie della borghesia progressista. Durante la cena tra gli amici intellettuali, quando il tema cade sull’Ucraina, ecco che Gianina viene trascinata letteralmente tra gli ospiti, invitata a cenare con loro, per dire la sua, in quanto donna dell’Est. “Ma la Romania è in Europa” ricorda loro un po’ imarazzata.

Lei che ha sempre vissuto in campagna e che rimpiange Ceaușescu, ora si deve pure giustificare con la madre di lui, ricca e vecchia sessantottina (“lo abbiamo capito dopo che era un mostro”) che vagheggia del suo maggio al “fianco di Sartre, degli operai e degli studenti”.

E Octave Mirbeau invece? A metterlo in scena è la compagnia di teatro  amatoriale dove Gianina recita nel suo tempo libero, un vero e proprio racconto parallelo. Sua è la parte di Celestine, la protagonista. Con lei altri attori migranti, africani, latini. È teatro sociale, dedicato ai più svantaggiati, ai sans papiers, ribadisce orgogliosa la sua capocomica.

Tanta buona volontà e qualche scappato di casa nell’organizzazione, però, causeranno l’espulsione di uno degli attori, messo sotto i riflettori del teatro ma anche a quelli della polizia. Il gusto della provocazione del regista funziona alla grande anche qui. Ma è sul finale che si gioca il vero scontro di classe, l’ultimo affondo contro l’ipocrisia dei Donnadieu. Quando la madre-nonna sessantottina plurifratturata, proprio alla vigilia di Natale, rischierà di far saltare le feste in montagna a tutta la famiglia, a chi pensate che sarà affibbiata?

Radu Jude, sfiorando il dramma, scrive così il suo orginale racconto di Natale, divertente, affilato e politico quanto basta, presentandosi qui alla Quinzaine des cinéastes tra le proposte migliori.

 


Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.


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