“Tre operai” per un primo maggio d’autore (su RaiPlay). Ricordando Citto Maselli (e Carlo Bernari)
È un primo maggio da capolavoro, anzi capolavori quello che vi proponiamo con la visione di “Tre operai” su RaiPlay, sceneggiato in quattro puntate di Citto Maselli del 1980, adattamento dell’omonimo romanzo d’esordio di Carlo Bernari che partecipa alla sceneggiatura insieme ad Enzo Siciliano. Un “Jules et Jim” proletario sullo sfondo delle lotte operaie di inizio Novecento nel meridione disperatamente povero tra la Grande Guerra e il Fascismo. Un libro censuratissimo dal regime (uscito nel 1934) che, come il film, parla ancora e molto al nostro presente …

C’è un gioiello (tanti ce ne sono, la difficoltà è la scelta) su RaiPlay che molto ci sembra adatto per l’occasione del primo maggio. È Tre operai, sceneggiato in quattro puntate, oggi si direbbe miniserie, del 1980, quando la Rai era servizio pubblico e anche la più grande azienda culturale del paese, capace di chiamare a sè i nomi determinanti del panorama intellettuale italiano.
E questo ne è un caso esemplare, con Citto Maselli, autore da antologia del cinema, alla regia. L’adattamento del romanzo d’esordio di Carlo Bernari, capolavoro avversato dal fascismo che fece dell’autore napoletano appena ventenne, uno degli illustri precursori del neorealismo. La sceneggiatura scritta da loro due, a quattro mani, con l’aggiunta di quelle di Enzo Siciliano che, da critico letterario, scrittore, docente universitario e tanto altro, sarebbe anche arrivato molti anni dopo a fare il direttore generale di quella Rai (dal 1996-1998, biennio Prodi), da lì a poco, scaraventata nel tritacarne dell’Italia berlusconiana. Ma questa è un’altra storia, anche se porta dritti al nostro presente.

Allora, a completare il “gruppetto” di lavoro de i Tre operai si aggiunge per la colonna sonora, come sempre nei film di Citto Maselli, Giovanna Marini, voce stessa della canzone popolare italiana e signora di quella sociale. Mentre la consulenza storica è affidata a Paolo Spriano, sui cui manuali ha studiato più di una generazione. Perché di storia, in questa storia operaia, effettivamente ce n’è molta.
Siamo nei primi anni del Novecento. A Napoli, nell’inferno di acidi e veleni, senza nessun diritto, né turni di lavoro, di una lavanderia che fa da palcoscenico all’incontro dei tre operai. Teodoro (Stefano Santospago) il più giovane che “ce ne è voluta per fargli lasciare la scuola”, il cui padre capo lavandaio (Paolo Falace) garantisce per fargli avere il posto, in un momento in cui la disoccupazione è alle stelle (siamo alla vigilia della Grande guerra). Mauro con cui l’amicizia sarà naturale (Nello Mascia) e Anna (Nuzia Greco), giovanissima e fragile a cui entrambi i ragazzi si legheranno.
Sullo sfondo di questo tormentato e attualissimo Jules et Jim proletario s’innesta, diventando coprotagonista, il racconto delle lotte operaie del secolo scorso. La drammatica situazione del Meridione e del proletariato nel primo ventennio del ‘900, dove i diritti sindacali sono ancora tutti da costruire, dove il vento socialista infiamma, ma non si radica. Dove “sapere le cose”, studiare, emanciparsi è per Teodoro la spinta a lasciare quel lavoro da schiavi. “Oggi nessuno vuole più stare al suo posto”, dirà suo padre.
Sarà la casa di Anna e Maria (Imma Piro), la sorella emancipata e scaltra (e siamo ad un secondo, passeggero, triangolo) ad offrire rifugio al giovane durante la sua formazione politica e sindacale, in assenza di lavoro e persino di un paio di scarpe buone.
Anna in fabbrica a respirare veleni, lui a leggere, a studiare. Che viene in mente Bruna, magnifica protagonista di un altro magnifico triangolo proletario, Storia d’amore, che pochi anni dopo, nel 1986, avrebbe lanciato Valeria Golino appena diciassettenne, in uno dei titoli più apprezzati e premiati del cinema di Maselli.
Seguiranno il fronte (Teodoro ci viene spedito dopo un arresto), cambi di città (Roma, Taranto, Crotone, Reggio Calabria), la drammatica ricerca del lavoro (questi porci fottuti non ti fanno lavorare e non ti danno i soldi), le occupazioni delle fabbriche (c’è anche l’Ilva di Taranto: visione profetica nell’80 pensando al ricatto salute-lavoro) e l’ avvicendarsi degli amori. Ma soprattutto c’è la delusione politica, la crisi della sinistra (nessuna vera coscienza di classe lamenta Teodoro con l’amico Marco “ma solo l’aspirazione al mondo piccolo-borghese”), che fa da controcanto alla “questione giovanile” come si diceva un tempo. Una generazione di sconfitti e delusi che si riflette nel privato, nella dimensione sentimentale che sfocia nel dramma finale e con l’avvento del fascismo. Ci ricorda qualcosa?
Girato (interamente negli studi Rai di Napoli, oggi set di Un posto al sole) con la tecnica del Chroma key, negli anni della sperimetazione dell’immagine elettronica, Tre operai ne mostra il fascino straordinario. Gli squarci di Napoli, Taranto, Roma nelle scenografie di Eugenio Guglielminetti che appaiono come le vedute urbane di Mario Sironi (tra i pittori preferiti di Citto) a tratti sono folgorazioni.
Colpisce al contrario quanto poco si trovi in rete su questo film. Ed è bello leggerne, invece, nel blog giulianocinema, un ex operaio tessile che di Tre operai mette in evidenza anche la questione salute-lavoro, ricordandoci come lo scintillante mondo della moda (leggi industria tessile con tutti i suoi veleni annessi) sia una delle principali fonti d’inquinamento ambientale. “I miglioramenti – nelle condizioni di lavoro scrive Giuliano – ci sono stati e bisogna ringraziare chi si è impegnato per ottenerli anche a rischio della propria incolumità personale. Bisogna ricordare queste persone, soprattutto in questo inizio di Nuovo Millennio in cui tante di quelle conquiste sono già andate perdute”.
Vedere o rivedere Tre operai serve anche a questo.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
11 Dicembre 2023
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