Tutti gli uomini del golpe (spagnolo). “Anatomia di un istante” di Javier Cercas ora è una (bella) serie alla Festa

Presentata alla Festa del Cinema di Roma “Anatomia di un istante” , miniserie del regista spagnolo Alberto Rodriguez, tratta dall’omonimo romanzo di Javier Cercas. Quattro episodi per raccontare la sera più lunga della democrazia spagnola, quella del 1981 in cui per qualche ora sembrò essere tornato il franchismo. Un lavoro ben fatto, molto fedele al libro e che, nei tempi di oggi, suona come un monito a vigilare sulle fragilità delle democrazie…

In un film di alcuni anni fa, The Report, verso il finale si sentiva dire «Democracy is messy», la democrazia è ingarbugliata. È vero, ma Anatomia di un istante, il best seller di Javier Cercas (in libreria con Guanda) divenuto or ora una serie spagnola in quattro episodi, racconta quanto il garbuglio inizi ben prima che la democrazia sia in piedi. Vederlo oggi, in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, in un’Italia in cui quel garbuglio sembra diventato troppo fitto per poter respirare a dovere, un certo effetto lo fa.

Cercas era partito da un’immagine: il tenente colonnello Antonio Tejero che entra nel Parlamento spagnolo, pistola in pugno. L’istante è quello, la sera del 23 febbraio 1981, quando a meno di sei anni dalla morte di Franco la Spagna si riaffacciò prepotentemente sul baratro del golpe. Esplosi i primi colpi contro il soffitto gli scranni si svuotano, tutti si nascondono. Rimangono su solamente tre persone, a cui tanto lo scrittore quanto la serie, sceneggiata da Fran Araújo e diretta da Alberto Rodríguez, dedicano una sezione ciascuno.

Il primo, chiaramente, è l’allora presidente del governo Adolfo Suárez (nella serie un impeccabile Alvaro Morte). Chi vi scrive, per una strana casualità, si trovava a Madrid nel giorno in cui morì, il 23 marzo 2014, quando tutto il paese si ritrovò a tirare le somme di quella eredità politica. Tra i tanti discorsi, una definizione è rimasta in mente, origliata quella mattina: «Suárez è stato il grigio necessario per scrollarsi il nero di dosso». Difficile trovare parole più chiare. La serie si affida quasi totalmente a Cercas, una voce fuori campo che fa da continuo contrappunto, non nasconde l’ammirazione per un venditore di frigoriferi capace di cambiare la storia, ma non sconfina mai nella beatificazione.

Soprattutto, tanto per Suárez come per gli altri, ricorda continuamente il tragitto. La Spagna è la democrazia più giovane d’Europa, la transizione non è nata da una cesura netta con la dittatura franchista, ma dall’endorsement del Caudillo stesso per il re, Juan Carlos. Da lì si sono mossi i primi passi, ma appunto nel grigio. L’ascesa irresistibile di Suárez, mostrata sottolineando il suo machiavellismo, inizia dall’ultimo governo falangista, di cui lui era ministro del Movimento (di fatto, capo del partito fascista).

Non si fanno sconti nemmeno a Santiago Carrillo (col volto di Eduard Fernandez), il secondo dei tre, segretario del Partito Comunista. Quella sera del 1981 siede in Parlamento aspettando la resa dei conti di una storia lunga, iniziata da un massacro di franchisti durante la Guerra Civile, di cui è sempre stato ritenuto mandante, e passata per quarant’anni di clandestinità in Francia. La sua è la cronaca di una scommessa persa, giocata forzando la mano per poter partecipare alle prime elezioni libere, da cui i comunisti spagnoli inizieranno la lunga storia di minoranza che li ha sempre contraddistinti.

Il terzo, Manuel Gutiérrez (Manolo Solo nella serie), detto Guti, in realtà non rimane seduto. Si alza immediatamente e pretende di farsi consegnare le armi, costringendo Tejero a un goffo tentativo di contrasto che subito racconta quanto il golpe si muova sulla sottile linea tra il pericoloso e il ridicolo. Gutiérrez è un militare, ministro della difesa, a suo tempo si era schierato immediatamente con Franco, partecipando poi alla dittatura. La sua è la storia più grigia, la scelta di accettare il ruolo di “ambasciatore” della democrazia nell’esercito mentre i suoi commilitoni vengono quotidianamente ammazzati dall’ETA lo ha reso inviso a tutti e allo stesso tempo, forse, fondamentale.

Infine, c’è il processo, a Tejero e ai suoi capi. Qui la serie perde un poco non solo nel ritmo, ma anche nelle sue possibilità politiche. Si limita a raccontare gli svicolamenti dei vari generali, sempre pronti a mascherarsi dietro il consueto rimpallo di responsabilità. Manca il piglio bellocchiano per mostrare le quinte dei grandi spettacoli processuali e manca, soprattutto, la parte più interessante: la monarchia. Se Tejero fallisce è perché dopo ore di ragionamenti il re lo sfiducia pubblicamente, eppure mai nella serie viene mostrato il tentennamento della Corona.

Un ultimo aspetto sembra degno di nota. Certo è vero che le serie stanno fagocitando i film, ma ci sono storie per cui la serialità è uno sbocco più giusto. Anatomia di un istante ad esempio ha molto più valore nel formato televisivo, anche perché è lì che questa storia ha avuto la sua peculiarità. Suárez inizia a stringere i suoi rapporti col re da capo della TVE, l’emittente pubblica spagnola. Allo stesso tempo l’anomalia del golpe Tejero sta proprio nell’essere avvenuto in diretta, trasmesso in tutto il paese, e di essere stato sfiduciato proprio in tv, da un messaggio di Juan Carlos. Se quel momento è rimasto nella memoria collettiva lo si deve proprio all’immagine televisiva.

Nel finale del suo libro (consigliatissimo, se cercate qualcosa da leggere) Cercas ricorda il parallelo tra Suárez e un capolavoro del cinema italiano, Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini. Lì, Vittorio De Sica era Emanuele Bardone, generale della Repubblica Sociale che, conoscendo sotto mentite spoglie i partigiani, si converte moralmente all’antifascismo.

Una storia italiana, per raccontare un istante spagnolo. Oggi i Bardone li vediamo al contrario, il fascismo non è più un problema ma un’opportunità di potere, non siamo più quel che eravamo. E tra i venti di guerra che non cessano viene da chiedersi, con qualche preoccupazione, chi oggi resterebbe seduto a difendere la democrazia davanti a una pistola?


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.

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