Un padre e un figlio. “Nowhere Special” Il cinema (italo)inglese che colpisce al cuore
In sala dall’8 dicembre (per Lucky Red) “Nowhere Special – Una Storia d’Amore” di Uberto Pasolini. Toccante e commovente storia di un padre working class, malato terminale e del suo bambino di quattro anni al quale cerca di dare una famiglia prima della sua scomparsa. Un tema difficile e scivoloso ma che il regista (di origini italiane da sempre in Gran Bretagna) dirige con straordinaria sensibilità, senza indulgere sul tasto emotivo. Risultato: un colpo al cuore. Da non perdere …

Dall’8 dicembre uscirà nelle sale il film scritto, prodotto e diretto da Uberto Pasolini Nowhere Special – Una Storia d’Amore, presentato in concorso nella sezione Orizzonti alla 77a Mostra del Cinema di Venezia e poi alla Festa del Cinema di Roma, nella selezione Sintonie di Alice nella città.
Portatevi una buona scorta di fazzoletti perché è impossibile restare impassibili di fronte alla storia di John, un padre single malato terminale, lavavetri di mestiere, che, con l’aiuto di un’assistente sociale, intende affidare ad altri il figlio Michael di quattro anni prima della sua dipartita.
Non solo, ma nel poco tempo che gli rimane, cerca nel modo più delicato possibile di fare accettare al bimbo, già abbandonato dalla mamma in tenerissima età, questa seconda perdita ancora più dolorosa.
Ora, è chiaro che affidare al mezzo cinematografico un argomento così delicato, peraltro ispirato a una storia vera, è una scelta che – in qualunque modo fosse stata trattato – comporta parecchi rischi, a cominciare dalla credibilità per finire alla troppo facile commozione.
Bisogna dire che Uberto Pasolini (Still Life da regista e Full monty da produttore, tra le sue opere più conosciute) evita di cadere nel sentimentalismo grazie a un approccio sensibile al tema della paternità e un’adesione non artificiosa al punto di vista del piccolo Michael, senza indulgere sul tasto emotivo e cercando di cogliere gli aspetti meno scontati che può offrire un materiale del genere.
In primo luogo ambientando la storia in una Dublino piovosa e periferica, ma non fredda e implacabile come l’avrebbe descritta Ken Loach. In secondo luogo presentando i personaggi di contorno, alcuni buoni come il meccanico e il barista che fanno credito a John, la vecchia signora che cerca di consolarlo, la stessa assistente sociale che ne prende a cuore le sorti fino a mettere a repentaglio il proprio lavoro; altri cattivi, come il cliente che ne disprezza il lavoro, una seconda e meno sensibile assistente sociale, ma soprattutto le coppie di candidati genitori adottivi passati in rassegna e i loro figli, assolutamente incapaci di calarsi nei panni del padre e del figlio.
E certamente Pasolini non avrebbe raggiunto il suo scopo se non avesse affidato la parte del piccolo a uno straordinario bambino, Daniel Lamont, che all’epoca delle riprese aveva quattro anni, e quella del padre a un sensibile e misurato James Norton. “Un interprete molto generoso – così lo presenta il regista – felice di dedicare, ben prima dell’inizio delle riprese, intere giornate alla creazione di un legame con il bambino e di sostenere e guidare Daniel attraverso quella che per qualunque bambino sarebbe stata un’esperienza intensa e a tratti sconcertante”.
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