Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di New York. Che sembra uscito da un film di Mira Nair

Potrebbe davvero essere un personaggio uscito da un film di Mira Nair, il nuovo sindaco di New York. E sì, del resto è proprio suo figlio. Zohran Mamdani porta nel mondo reale ciò che sua mamma, la celebre regista indiana ha raccontato per decenni sullo schermo — l’incrocio tra origini, migrazioni, radici da difendere e mondi nuovi da abitare senza chiedere scusa.

Nair questo suo cinema lo ha inventato con la vita delle persone reali. In Salaam Bombay! (1988) ha dato voce ai bambini di strada, mostrando la dignità ostinata di chi nasce fuori dalle mappe della società. Con Mississippi Masala (1991) ha raccontato l’amore tra una ragazza indo-ugandese e un afroamericano in un’America che ancora misura i corpi per colore e provenienza, scavando nell’idea di “appartenenza” e nel peso del pregiudizio.

E poi, naturalmente, con Monsoon Wedding – Matrimonio indiano (2001) — il film che le è valso il Leone d’oro a Venezia e finalmente la fama internazionale — ha mostrato una famiglia alle prese con tradizione, segreti, libertà e vergogna, intrecciando comunità e desiderio individuale, risata e ferita, festa e verità.

E adesso, fuori dalla scena, è proprio suo figlio ha indossare uno degli abiti dei suoi personaggi: 34 anni, sud-asiatico, musulmano, nato in Uganda, cresciuto a New York. Un’America reale, non quella da cartolina. Un uomo che può guidare la capitale del mondo globale, ma che — paradosso degno della migliore sceneggiatura — non potrà mai correre per la Casa Bianca perché non è nato negli Stati Uniti. Il sogno americano, sì, ma con la riga in fondo al contratto.

Nair è diventata internazionale raccontando vite che sfuggono alle categorie e combattono per essere viste. Ora quella narrazione ha preso forma politica: suo figlio siede dove si decide il futuro di una città-pianeta. Non per rappresentare un’eccezione, ma per aprire una porta. Perché nelle storie di Mira Nair nessuno entra da solo: entra con il proprio mondo, e lo trascina dentro la storia.

Questa volta non è cinema. Ma suona esattamente come uno dei suoi film.


Gino Santini

redattore

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