Se 7 minuti vi sembran pochi

È il testo teatrale di Stefano Massini che Michele Placido ha portato sul grande schermo, presentato alla Festa di Roma 2016. Una storia operaia, basata su una vicenda reale accaduta in Francia, che dice, ancora una volta, di come la crisi sia usata per ridurre diritti e tutele del mondo del lavoro…

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È nato come testo teatrale (prima di diventare un film con la regia di Michele Placido) dedicato alla moderna lotta di classe (chiamiamola ancora così anche se la “classe” si è sbriciolata). Tale testo (con un titolo all’apparenza enigmatico, 7 minuti), è stato scritto  da Stefano Massini. È approdato la prima volta a Bologna il 20 novembre 2014, per poi girare l’Italia, con la  regia di Alessandro Gassmann e, tra gli interpreti,  Ottavia Piccolo e altre dieci donne.

È basato su una vicenda vera accaduta in Francia, ma poteva benissimo essere ambientato in qualche altra azienda italiana. Perché l’argomento investe la crisi economico sociale e chi approfitta della crisi per cercare di ridurre diritti e tutele del mondo del lavoro.

Il testo  (7 minuti, Giulio Einaudi editore)  presenta le undici protagoniste. C’è innanzitutto la portavoce Blanche, 61 anni, operaia specializzata. Poi Mirelle, Sabine, Odette e tutte le altre.  Alcune sono giovanissime, alcune sono immigrate, due sono impiegate.  Sono le rappresentanti, componenti del Consiglio di fabbrica, di altre 200 lavoratrici,  da tre ore e 20 minuti in attesa.

La portavoce Blanche è stata chiamata a un colloquio con dieci dirigenti dell’azienda e tra le dieci donne riunite in un grande  spogliatoio dell’ azienda tessile “Picard e Roche” c’è il timore che stiano discutendo scelte drammatiche.  Un lettore attento potrebbe notare come, nel sistema di relazioni industriali italiane, suoni strano quell’unico rappresentante delle lavoratrici adibito a una trattativa con l’attribuzione di semplice “portavoce”.

Sembra non esserci un ruolo sindacale nelle sue diverse espressioni. Fatto sta che il clima è di agitazione e paura. Inizia una lunga conversazione a più voci. C’è chi avanza sospetti:”siamo state vendute”, alludendo a un passaggio di proprietà.

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Alla fine Blanche ricompare e appare preoccupata, impacciata, ma rassicura che la fabbrica non chiuderà, non ci saranno riduzioni dello stipendio. E allora che cosa vuole la controparte? Sette minuti è la risposta. Sette minuti di intervallo ogni giorno. Ovvero la pausa fra i turni  prima di 15 minuti ora dovrebbe diventare di sette minuti.

Un taglio dei tempi. Sette minuti di lavoro in più tutti i santi giorni.  Tra le dieci donne c’è una specie di sospiro di soddisfazione. Si temeva il peggio. C’è chi rammenta la vicenda di altre compagne di lavoro licenziate, abbandonate. “Una è a spasso da febbraio, l’altra da maggio. Ogni giorno che salgo sul tram penso: eravamo in tre, sono rimasta sola, e forse da domani smetterò anch’io”. Ora bisogna votare o un SI o un No alla  nuova organizzazione del lavoro. Le più accese sostenitrici del Si sono le immigrate e le giovani.

Blanche appare isolata e insinua un dubbio: “Ma se il lavoro lo perdessimo proprio votando sí?”. La assalgono:  “Le fabbriche chiudono, Blanche….  Non li leggi i giornalì?…Il momento è quello che è…”.  La “portavoce” replica: “E se il lavoro lo perdessimo facendogli vedere che cediamo, come niente fosse, a forza di piccoli pezzi? A forza di sette minuti…”.  Cerca, insomma, di argomentare una propria teoria. Quella relativa al fatto che se  si comincia ad accettare la perdita di un diritto,  un passo indietro nella tua condizione di lavoro, puoi innescare un processo di continua retrocessione, perdi ruolo e potere.

“Loro ci mettono alla prova”, dice Blanche “Lo fanno in modo furbo, certo. Se cercassero tutto subito non otterrebbero nulla, ci sarebbe scontro”. Fatto sta, osserva, che con quei sette minuti ottengono seicento ore di lavoro in più ogni mese, un lavoro gratuito, non pagato. È come se risparmiassero l’assunzione di altre operaie. “Qui c’è il gioco del togliere poco a tutte, per guadagnare tanto dalla somma”.

È un confronto duro, serrato.  Qualcuna vacilla e passa al No. Blanche tira fuori l’argomento di un possibile effetto domino. “La notizia finisce sui giornali. Ti è venuto in mente? Altra gente legge…Toh, guarda. All’improvviso c’è una novità, grande come una casa: d’ora in poi in fabbrica c’è un nuovo gioco: invece che aggiungere diritti, si tolgono. E perché no? Se è riuscita a loro, alla Picard & Roche, può riuscire a noi: ci si può provare”.

Siamo al finale, al voto. Non lo raccontiamo. Come in un giallo meglio non anticipare il nome dell’assassino.  Non so come sarà il film di Placido chiamato a un compito assai ambizioso. Io comunque quel finale lo avrei scritto facendo tentare alle undici donne francesi una strada propositiva, superando il No e il Si, una soluzione all’italiana (di altri tempi). Alludo a quando le operaie tessili italiane adottarono il cosiddetto sei per sei, ovvero un lavoro a turni di sei ore su sei giorni invece che su cinque, rinunciando al tradizionale weekend, ma facendo così utilizzare pienamente gli impianti, aumentando la produttività, spostando i giorni di riposo in giorni feriali.

Oppure, in altre industrie, proponendo un lavoro a isole, la turnazione delle mansioni. Un’iniziativa, insomma, sull’organizzazione del lavoro, capace di puntare sulla partecipazione di chi lavora e non sulla ossessiva riduzione di tempi e ritmi.  Riduzione che, come è stato provato, spesso si traduce in logorio psicofisico, in perdita di produttività. Insomma un’alternativa ai sette minuti rubati (600 ore al mese per 200 operaie), alla retrocessione nei diritti, nella battaglia aperta anche in Italia, forse è possibile.