Una imperdibile occasione per (ri)leggere Guy de Maupassant

Arriva in sala (dal primo giugno, con anteprima romana al Nuovo Sacher di Nanni Moretti il 31 maggio) per la regia di Stéphane Brizé l’adattamento di “Una vita”, folgorante romanzo d’esordio del grande narratore francese. Un’occasione per riscoprire la dolorosa educazione sentimentale di Jeanne, eroina ottocentesca dal “cuore semplice”, il cui destino le riserverà un’inconfessabile “vendetta”.  Perché la vita – come scriveva Flaubert – non è mai né così buona né così cattiva…

Venezia

2 maggio 1819. Jeanne, una fanciulla che pareva uscita da un quadro del Veronese, cresciuta, come una volta si diceva, nella bambagia, ha finalmente lasciato il Convento del Sacro Cuore di Rouen dove per cinque anni, dai 12 ai 17, era stata “severamente rinchiusa”, come la buona educazione di una giovane aristocratica dell’epoca chiedeva.

E certo non per cattiveria perché il suo babbo, il barone Simon-Jacques Le Perthius des Vauds, buono fino al midollo, quasi ai livelli patologici del Papà Goriot di Balzac, voleva solo ad ogni costo preservarla, come un gioiello perfetto, anche dal minimo sospetto che il mondo non fosse poi così rosa come la dolce creatura si aspettava.

Jeanne era uscita dunque “radiosa, piena di linfa e affamata di felicità” in questo splendido romanzo, Una vita, nato d’appendice dalla penna  dell’instancabile Guy de Maupassant nel 1883.  Pare fosse il suo primo, anche se il giovanotto, allora trentreenne, aveva già una vasta produzione letteraria alle spalle. Une vie andò a ruba e in meno di un anno ne furono vendute ben 25.000 copie. Lo amò molto anche Tolstoj che attribuì a questo libro un formidabile giudizio: “massima espressione  narrativa”.

imagesAlla candida Jeanne, smaniosa come un bimbetto di ritornare con mamma e papà a “Le Pioppe”, il castello di famiglia, inerpicato tra campagna e onde sulla costa normanna presso Yport (per altro zone d’infanzia anche dell’autore) ne capiteranno ovviamente di tutti i colori. A cominciare dall’incontro con l’amore. Assai diverso dai sogni  nutriti nella clausura del Sacro Cuore.

Ha un tocco quasi chirurgico il racconto della prima notte di nozze dell’immacolata e ipersensibie Jeanne con il visconte di Lamare, il giovane così elegante e gentile che ha sposato in un baleno con il consenso di babbo e mammina, anche se squattrinato. Ma anche il suo progressivo avvicinamento ai misteri del sesso. E poi la sua ripulsa definitiva dopo aver scoperto che senza perdere tempo, il marito tornato dal viaggio di nozze, amava esente da rimorsi fare sesso nei granai, con conseguenze non da poco, con la servetta di casa, “ragazzotta robusta e ben piantata, come un giovanotto”. Pure sorella di latte della povera Jeanne.

Ripulsa che, a dire il vero, a noi poteva sembrare già più che giustificata dalla trasformazione repentina dell’elegante visconte in uomo sciatto, sgarbato e taccagnissimo.
Comunque traumatizzata – a parte gli sconci segreti dei sensi che le facevano sembrare immonda buona parte dell’umanità e rifiutandoli la rendevano cosi diversa – è indubbia l’instancabile capacità di amare, di sacrificarsi, di soffrire di questa creatura candida.

Aveva preso dal babbo-barone così descritto dall’autore:”La sua grande forza e la sua grande debolezza era la bontà, una bontà che non aveva braccia abbastanza per accarezzare, per regalare, per stringere, una bontà creativa, diffusa, priva di resistenza, come un torpore di un nervo della volontà, una lacuna dell’energia, quasi un vizio”.

Ma è proprio questa lacuna dell’energia, questa apparente passività quasi vizio ereditato da Jeanne la vera energia del personaggio, quella che riesce a scatenare nel lettore un desiderio di entrare dentro la storia per scuoterla, spingerla ad agire a prendersi finalmente una rivincita. Aiuta assai la reazione finalmente catartica, in una notte di tempesta sulla scogliera, della vendetta di  un marito-orso.  Con un’immagine che fa pensare a Le onde del destino di Lars von Trier.
Destino che anche a  Jeanne, alla fine, riserverà una gioia “perfida” un’inconfessabile “vendetta”.  Perché la vita – come scriveva Flaubert – non è mai né così buona né così cattiva.

Cos’abbia spinto un regista-attore- sceneggiatore come il cinquantenne Stéphane Brizé, che ha nel curriculum film contemporanei e a volte anche molto duri (ultimo La legge del mercato), una storia del genere, così apparentemente poco attuale, lo sapremo presto (il film passa a Venezia il giorno 6).

Azzardiamo un’ipotesi: anche se sembra un paradosso,  i temi del libro, in un’epoca di spudorata sessualità, di esibizionismo compulsivo, di ragazzini che del sesso si immagina sappiano tutto e dunque siano preservati dai traumi, il desiderio di proteggere i propri figli dalla brutalità della vita, rendendoli impreparati e fragili è più che mai attuale, e anche se non siamo più nell’Ottocento, quante donne ancora oggi, traumatizzate dal tradimento di un marito hanno chiuso col sesso  e riservato un soffocante e rischiosissimo amore totale solo sui figli?
Jeanne nel film di Brizé è Judith Chemla con lei Jean-Pierre Darroussin, Jolande Moreau, Swann Arlaud e Nina Meurisse

Per chi non l’ha ancora letto o dimenticato, consiglio una lettura o rilettura a brevissimo termine del romanzo, che, oltre all’acuta percezione dei sentimenti regala fulminanti immagini di personaggi e natura. Soprattutto del mare.  Approfittando anche del fatto che l’edizione italiana di Einaudi di Una vita di Guy de Maupassant a cura di Giacomo Magrini è arricchita dalla perfetta traduzione, l’ultima della sua vita, di Natalia Ginzburg di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.

 

Marina Pertile

giornalista

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2 Risposte

  1. federico ha detto:

    A volte ritornano!

  2. federico ha detto:

    La classe no è Clinton, pardon, acqua!

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