Borensztein: “Lasciate ogni speranza o voi che entrate. Dante deve aver pensato alle banche”

Sebastian Borensztein, regista di “Criminali come noi” è un figlio d’arte. Suo padre Tato Bores è stato un grande comico argentino. La sua famiglia di origini ebree polacche è emigrata in Argentina all’inizio del secolo scorso. Molti dei suoi parenti rimasti in Polonia sono morti nel ghetto di Varsavia. Il suo primo film, “La suerte esta echada”, è del 2005 e gioca sul tema del destino, proprio come il suo fortunato “Cosa piove dal cielo?“, premiatissimo alla Festa di Roma del 2011. Di seguito un’intervista al regista raccolta in quell’occasione, pubblicata su “l’Unità” il 6 novembre 2011.

“In Argentina Berlusconi viene paragonato al nostro ex presidente Menem. Anche lui faceva i festini con le ragazze, come gli imperatori romani. Si dice persino che una volta, quando incassò mille milioni di dollari, fece una festa con la piscina piena di champagne. Poi quando andò via nel ‘99, lasciò il paese in miseria».

Eccolo Sebastian Borensztein, il regista vincitore del Festival di Roma nel 2011 col suo straordinario, Un cuento chino, arrivato nelle sale italiane col titolo, Cosa piove dal cielo?. All’indomani della doppia vittoria (Marc’Aurelio per il miglior film e premio del pubblico) il regista argentino, classe ‘63, è seduto nella hall di un albergo romano, con l’Unità in mano – proprio come il protagonista del suo film – a gustarsi questo «regalo del destino».

E lo dice in perfetto italiano, perché Sebastian è un tipetto decisamente intraprendente. È la terza volta che viene in Italia ed ha imparato la nostra lingua – racconta – semplicemente «leggendo i giornali e girando per la città».

Cita Dante, addirittura, e la Divina commedia. Anzi, aggiunge, «non capisco perché nessuno l’abbia mai portata al cinema. Quasi, quasi ci provo io. Immaginate l’inizio…. “lasciate ogni speranza o voi che entrate”. Un cartello che andrebbe benissimo all’ingresso delle banche!!!».

Ha la risata contagiosa Sebastian. E a incontrarlo di persona si capisce l’ironia surreale del suo film da dove venga. Al centro del racconto, infatti, è proprio il gusto dell’assurdo, il concatenarsi di fatti apparentemente agli antipodi, di fronte ad una realtà che supera di gran lunga ogni immaginazione.

Come la pioggia di mucche che fa da incipit al film. Al centro del quale c’è pure l’Unità che in qualche modo segna il destino del protagonista. Roberto, un burbero ferramenta di Buenos Aires, interpretato dal grande Ricardo Darin.

Come mai ha scelto il nostro giornale come escamotage narrativo del film?
«Volevo rendere omaggio al padre di un mio amico. Una persona straordinaria, un emigrante italiano comunista che per tutti noi è stato un modello. Il suo rigore morale era incredibile e il suo altruismo pure. Così volendo dare un grande carattere al mio protagonista ho pensato a l’Unità, il giornale che leggeva suo padre. Un uomo da cui ha imparato la solidarietà, la giustizia e l’altrui- smo».

Roberto è un indignato, però?
«Roberto è indignato da sempre. E mi somiglia molto. È un uomo critico e insofferente nei confronti del sistema che sfrutta le persone e poi le abbandona. Dopo tutto quello che è successo in Argentina la parola politico è diventata sinonimo di ladro. Per ben due volte, negli ultimi anni, gli argentini si sono visti sparire i loro risparmi sotto il naso. Via, congelati tutti i depositi in dollari per vent’anni. E la maggioranza dei nostri presidenti sono finiti in galera…Vedrete che pure Berlusconi non sarà eterno».

Ma allora lei è un comunista?
«Io no. Lo è il padre del mio protagonista!!!! Mio padre è stato un comico: Tato Bores. Faceva satira politica ed è stato una leggenda in Argentina. Certo questa crisi ha dimostrato che il capitalismo ha fallito. Io credo nell’uguaglianza sociale, nella necessità di battersi perché siano colmati gli squilibri sociali. Io faccio film e guadagno, ma chi non ha possibilità economiche cosa deve fare? Le opportunità devono essere per tutti. Se questo in Italia significa essere di sinistra, allora sì, qui in Italia posso definirmi di sinistra».

Ma l’idea di «Un cuento chino» com’è nata?
«Da una notizia di cronaca che ho trovato sul giornale. Sì una storia vera, nonostante sembri incredibile. Un’organizzazione criminale russa rubava mucche in Cina. Durante un volo le mucche si sono agitate e per non rischiare il disastro aereo le hanno sganciate a terra…Una storia assurda ma reale. Sono partito da lì per mettere insieme un’altra vicenda assurda com’ è stata la guerra delle Falkland, nell’82. È stato un conflitto senza senso che ha segnato duramente la mia generazione. L’Argentina che fa la guerra ad una potenza come l’Inghilterra? Eppure la dittatura, ormai agli sgoccioli, ha creduto fosse un buon argomento per mantenere il potere. I media di regime dicevano che stavamo vincendo, poi, improvvisamente si è saputo che avevamo perso. E la fine è stata durissima».

Proprio come nei racconti cinesi nel film è fondamentale il ruolo giocato dal destino. Ci crede così tanto?
«Il destino è un po’ la mia fissazione: è tutto scritto o siamo noi gli artefici del nostro destino? A me piace credere in un senso magico della vita, un’aspetto romantico, altrimenti che vita sarebbe? E la magia va cercata in ogni cosa. Eccomi a Roma, per esempio, col mio film che ha vinto due premi. Nel film ho citato l’Unità e mi ritrovo con questo giornale in mano che parla di me. E domani porterò questa copia in Argentina al mio amico che aveva il padre comunista. Il cerchio del destino si è chiuso. Non è magia questa?».