Bravi maestri. Conor & l’albero (mostro) che ti insegna la vita (e la morte)

In sala dal 18 maggio (per 01) “Sette minuti dopo la mezzanotte”, il film Juan Antonio Bayona dal libro omonimo per ragazzi di Patrick Ness. Un bimbo con la mamma malata terminale e un brusco albero pedagogo che gli insegnerà anche ad elaborare il lutto. Da vedere…

«Non tutte le favole sono per bambini» annuncia lo strillo che campeggia al centro del manifesto di Sette minuti dopo la mezzanotte, il film di Juan Antonio Bayona (distribuito da 01) nelle sale dal 18 maggio e fresco del Platinum Grand Prize al recente Future Film Festival. Favola con tanto di mostro (A Monster Calls è il titolo originale del film tratto dal libro omonimo di Patrick Ness che firma anche la sceneggiatura). E metafora, come si conviene alle favole, al centro della quale stanno la morte e l’elaborazione del lutto.

Il bambino c’è ed è il protagonista Conor O’Malley, interpretato dal bravissimo Lewis MacDougall: una faccia adulta che non ha nulla della stucchevolezza infantile formato cinema. Vive solo, con una madre (Felicity Jones) malata terminale di cancro che accudisce, fa la spesa e le faccende di casa. Il padre (Tony Kebbel) è lontano (si è rifatto un’altra famiglia) mentre vicina e onnipresente è la nonna (Sigourney Weaver) che vuole portarselo via, perché pensa che un bambino non possa farcela ad affrontare una situazione adulta come quella della malattia e della morte imminente.

Conor sfugge al disagio – il carico da novanta ce lo mettono le continue vessazioni che subisce dai bulli compagni di scuola – disegnando e costruendo storie fantastiche, una passione che gli deriva dal talento della mamma, illustratrice mancata.

Poi una notte, proprio quando la sveglia segna le 0.07 (da qui «i sette minuti dopo la mezzanotte» del titolo italiano) la fantasia fa davvero irruzione nella sua vita con le forme di un gigantesco albero umanoide (Liam Neeson, metamorfizzato, grazie al digitale in un tasso secolare. Guarda la coincidenza: il tasso è chiamato anche «albero della morte» per le sue bacche velenose).

Nel film l’albero/mostro è buono ma tutt’altro che conciliante, è un brusco pedagogo che promette di aiutare Conor a crescere attraverso il racconto di tre favole che avvicineranno il bambino alla realtà e alla verità che, però, gli sarà compiutamente rivelata soltanto al quarto appuntamento (sempre segnato dalla stessa ora), quando sarà Conor stesso a raccontare la quarta storia. Saranno tre favole insolite (realizzate con begli inserti animati) nelle quali il finale non è sempre lieto e gli eroi non sono del tutto buoni. Un anticipo di quella fiaba della realtà che toccherà a Conor narrare per affrontare una verità che nessuno vorrebbe accettare, come ammonisce il mostro/albero.

Il catalano J. A. Bayona (The Orphanage, The Impossible) amalgama con misura realtà e fantasia (coadiuvato da un ottimo uso della Cgi) e guida con maestria il protagonista Conor – «troppo grande per essere un bambino, ma non abbastanza per essere uomo» – sul periglioso crinale che deve attraversare.

Renato Pallavicini

giornalista e critico di cinema e fumetti

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