Raffaello Baldini, il poeta che insegna a dare colore al tempo. Nel doc di Soldini

Appuntamento giovedì 17 gennaio (ore 14.30) alla Civica di Milano (viale Fulvio Testi 121) per un omaggio a  Raffaello Baldini, con la proiezione di “Treno di parole” di Silvio Soldini, già passato alla scorsa Festa di Roma. Una toccante ricostruzione della figura poco nota del grande poeta e drammaturgo romagnolo. Le sue parole e la sua vita per voce di Ivano Marescotti, Gigio Alberti e altri poeti, a cominciare da Vivian Lamarque, ci hanno fatto innamorare. Gigio Alberti – dal vivo – leggerà brani da “Zitti tutti” …

Ci si può innamorare di un signore morto 13 anni fa? E quanto è capitato a me vedendo Treno di parole un film di Silvio Soldini su Raffaello Baldini.

Del resto un colpo di fulmine è anche quello che ha provato un fotografo mentre stava aggiustando un tubo di scarico del lavandino della sua barca a vela. Radio3 mandava in onda la sua voce, che è quella di un poeta, mentre leggeva una sua poesia su un tubo di scarico in stretto e antico dialetto romagnolo. Diciamo, per precisione, dialetto di Santarcangelo di Romagna, terra dove i poeti, a cominciare da Tonino Guerra, crescono come funghi pregiatissimi.

Aggiustato il lavello, il folgorato fotografo si è fiondato a Milano dal Baldini e gli ha proposto questa cosa: registrare tutte le sue poesie lette da lui. L’impresa gli è riuscita solo in parte perché nel 2005, il poeta è morto. A 81 anni.

“Dieci anni dopo, l’idea di usare questo meraviglioso materiale sonoro è venuta a me – ci racconta Martina Biondi, grafica e moglie del fotografo – ne ho parlato a Soldini che, oltre ad essere un regista di Milano, città dove Baldini ha lavorato e vissuto, gli assomigliava anche un po’. In ogni modo a me sembrava perfetto”.

Il progetto era quello di far conoscere a tanti un poeta che, anche se considerato dai critici italiani uno dei massimi di fine dello scorso secolo (ha debuttato nella poesia a più di cinquant’anni), fuori da Santarcangelo è conosciuto da pochi, visto che con cocciuta ostinazione ha sempre usato per i suoi poetici, tragicomici e fulminanti monologhi, solo il dialetto delle sue radici.

Monologhi che, in tempi non sospetti (fine ’80) han folgorato anche l’attore Ivano Marescotti. Anche lui ha bussato alla sua porta, ma per chiedergli un testo da portare a teatro. E dopo un po’ gli è arrivato Zitti tutti!.

“Ho cominciato – ci racconta – a leggerlo ad un pubblico che in Romagna cresceva di volta in volta enormemente. E col suo ultimo testo, La fondazione, storia di un uomo che non buttava via niente, perché in tutti gli oggetti usati nella sua vita recuperava la sua identità, ho fatto ben tre anni di tournée”.

È che le sue poesie in quella lingua povera e profonda colgono cose, sensazioni e umori che l’italiano non racconta, sono in effetti il risultato di un perfetto punto d’incontro tra poetico, teatrale, narrativo e musicale. Che fa piangere e ridere, spesso contemporaneamente.

Rispondere a chi ti chiede che stai facendo?: “niente, do colore al tempo”. Forse può esserci d’aiuto.
“Dalle mie parti – diceva il Baldini – ci sono ancora cose, paesaggi, persone, storie, che succedono in dialetto. Raccontarle in italiano vorrebbe dire tradurle, perdendo sempre qualcosa”.

Anche se è vero in parte. Oltre ad Einaudi e Mondadori, nella Piccola antologia in lingua italiana appena pubblicata da Quodlibet, con intervista, un omaggio e alcune sue poesie tradotte dallo stesso Baldini, si perde ben poco.

Hanno contribuito a farci innamorare di questo signore, oltre a Soldini e a Biondi (che col regista ha scritto il film) una manciata di poeti (a cominciare da Vivian Lamarque), e scrittori; alcuni colleghi di questo giornalista (è stato redattore a Panorama dal 1968) anomalo, perfezionista e gentile, mai attaccato dal veleno di ambizioni carrieristiche; due bravi attori (Marescotti e Gigio Alberti); foto e filmini di famiglia e quel che resta dei complici di gioventù, quando a Santarcangelo si era formata una “banda” di amici appassionati di letteratura e poesia chiamata E’ circal de giudéizi (il circolo del giudizio).
Il film si apre e si chiude con un’esplosione di fiori bianchi (un generoso Philadelphus belle etoile?) su un balconcino qualunque.

Marina Pertile

giornalista

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